Folklore · di Frater Custos · 11 minuti · aggiornato ad agosto
La creatura che si siede sul petto
In Romagna si chiama Mazapégul, in Garfagnana Linchetto, in Abruzzo Pantafica, nel Salento Carcaluru, in Sardegna Ammuntadore. Sono diciassette figure diverse per una sola esperienza — e a dimostrarlo non è un'interpretazione, ma la linguistica.
Ti svegli e non puoi muoverti. Il petto è schiacciato da un peso, il respiro non entra, e nella stanza c'è qualcuno. Dura pochi secondi, forse un minuto. Poi il corpo si sblocca di colpo e la presenza sparisce.
Chiunque abbia vissuto questa esperienza — la medicina del sonno la chiama paralisi ipnagogica — riconosce la scena. Quello che quasi nessuno sa è che la campagna italiana l'ha raccontata per secoli, e che ha coniato un nome diverso per ogni valle.
Questo articolo mette in fila quei nomi. Non per curiosità collezionistica, ma perché la loro distribuzione dice qualcosa che nessuna singola leggenda, presa da sola, riesce a dire.
La tavola
| Nome | Zona | Da dove viene il nome |
|---|---|---|
| Mazapégul | Forlì e Appennino forlivese | forse maza + pegul, «peso viscido» |
| Cheicatrèpp | Appennino romagnolo | «schiaccia-pancia», da calcare |
| Cheicabìgul | Appennino romagnolo | «schiaccia-ombelico» |
| Linchetto | Lucchesia e Garfagnana | lat. incubus, secondo Nieri |
| Caccavecchia | Lucchesia | «la vecchia che calca» |
| Buffardello | Garfagnana e Lunigiana | non documentata |
| Carcaveja | Piemonte | da calcare |
| Carcun | Lombardia | da calcare |
| Stricacuor | Emilia | «stringi-cuore» |
| Pantafica, pandàfeche | Abruzzo | gr.-lat. phantasma |
| Fantàsima | Umbria e Toscana | gr.-lat. phantasma |
| Pesarello | Marche | da pesare |
| Lenghelo | Castelli Romani | da lengo, «allungato» |
| Carcaluru | Copertino, Leverano, Porto Cesareo | da calcare |
| Scazzamurieddhu | Salento | opaca, non dimostrata |
| Ammuntadore | Sardegna | sardo ammuntare, «montare sopra» |
| Trud | Alto Adige germanofono | ted. Drude, cfr. Alptraum |
Guarda la terza colonna. Le etimologie si raggruppano attorno a tre radici che non hanno nulla a che vedere l'una con l'altra: schiacciare (calcare, in almeno cinque forme distanti centinaia di chilometri), l'incubo latino e il fantasma greco. Il francese cauchemar — da caucher, calcare — cade nello stesso schema, e così il sardo ammuntare, «montare sopra».
È questo il punto. Comunità che non comunicavano fra loro, che parlavano lingue reciprocamente incomprensibili, hanno costruito indipendentemente lo stesso nome per la stessa cosa: qualcosa che ti sale sopra e preme. Non è una leggenda che si diffonde per contatto. È la stessa esperienza fisiologica che, ovunque, produce la stessa metafora.
Il corollario è più interessante della constatazione. Se il nucleo è ovunque identico, allora tutto ciò che varia da zona a zona non riguarda il fenomeno: riguarda la comunità che lo racconta. E lì le differenze diventano documenti.
Il Mazapégul romagnolo porta un berretto rosso, e chi glielo sottrae lo tiene in proprio potere. È attratto dalle ragazze giovani: entra nelle loro stanze, si addormenta sul loro stomaco, le corteggia. Non serve molta malizia per capire di cosa si stia parlando: è la spiegazione socialmente disponibile del sogno erotico femminile, e in certe varianti della gravidanza inspiegata.
Il Linchetto lucchese concentra i suoi dispetti sulla notte di nozze. È il dettaglio etnografico più eloquente dell'intera famiglia: una comunità contadina che ha bisogno di un colpevole esterno per l'ansia e il fallimento sessuale della prima notte, e se lo costruisce.
La Pantafica abruzzese si combatte in un modo splendido, e antichissimo. Si mette accanto al letto una scopa con molte setole, o un sacchetto di legumi, perché la creatura è costretta a contarli e resta occupata fino all'alba. La stessa compulsione aritmetica dei demoni notturni compare nel folklore slavo e in quello germanico — ed è, insieme alle etimologie, il secondo indizio forte di quanto sia antica questa credenza.
Antonio Morri, Vocabolario romagnolo-italiano, Faenza 1840, alla voce mazzapedar: «Quell'oppressione, e quasi soffocamento, che altri sente talora nel dormir supino». Non una leggenda: una voce di dizionario.
Il calendario delle notti. Una volta al mese mando un numero con le feste e i riti popolari italiani del mese che viene, le date verificate e i luoghi in cui si celebrano ancora. Niente altro, e ci si cancella con un clic.
Resta una domanda che vale la pena porsi con onestà, ed è quella che separa questo lavoro dalla divulgazione. Perché la Janara beneventana, che pure siede sul petto dei dormienti come tutte le altre, ha finito per assorbire anche gli aborti, le malformazioni e la mortalità infantile, mentre il Buffardello garfagnino si è fermato a rubare il vino?
Non ho una risposta. Ho un'osservazione: le figure che restano folletti dispettosi appartengono ad aree dove la stregoneria come reato non ha mai attecchito davvero, e quelle che si caricano di sangue e di morte compaiono dove ci sono stati processi. Il folklore non nasce solo dalla notte. Nasce anche dai tribunali.
Precisazioni L'etimologia del Linchetto dal latino incubus, con la catena lincubetto → lincuetto → linchetto, è la proposta di Nieri e va presentata come ipotesi: non compare nei dizionari etimologici di riferimento, e convive con la lettura alternativa di Del Beccaro che vi vede un residuo del Fauno. L'etimologia del Mazapégul è contesa fra tre proposte e nessuna è dimostrata. L'attribuzione della prima menzione alla cronaca cesenate di Giuliano Fantaguzzi, fine XV secolo, circola ampiamente ma non l'ho verificata sull'edizione critica.