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Correnti · di Frater Custos · lettura di 15 minuti

Jung e l'esoterismo

Uno psichiatra svizzero passa sedici anni a scrivere e dipingere un libro che non pubblica, ne compra centinaia di alchemici, e alla fine consegna all'Occidente il vocabolario con cui ancora oggi si parla di simboli, coincidenze e vita interiore. La questione non è se fosse un mistico. È che cosa credeva di star facendo.

Nel 1902 un medico di ventisette anni discute a Zurigo una tesi di dottorato su una ragazza che parla con i morti. La medium ha quindici anni all'inizio delle sedute, si chiama Hélène Preiswerk ed è sua cugina; nel testo diventa «S.W.», per pudore accademico. La tesi si intitola Sulla psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti e non conclude che gli spiriti esistano: conclude che dentro quella ragazza esistono personalità parziali, frammenti autonomi che sanno cose che lei non sa di sapere. È il primo lavoro pubblicato di Carl Gustav Jung, ed è già tutta la sua carriera in miniatura: prende sul serio il materiale occulto, e lo spiega senza ricorrere al soprannaturale.

Questa doppiezza — sul serio, ma non alla lettera — è la cosa che quasi tutti sbagliano su Jung, in entrambe le direzioni. C'è chi ne fa un occultista praticante e chi ne fa uno scienziato che si è occupato di simboli per caso. Le carte dicono un'altra cosa, e la dicono con chiarezza.

Il libro che non voleva pubblicare

Fra il 1913 e il 1930 circa, Jung riempie un volume rilegato in pelle rossa di testi calligrafati in gotico e di miniature dipinte a mano. Lo chiama Liber Novus; tutti lo chiamano il Libro Rosso. Dentro ci sono dialoghi con figure interiori che gli parlano e gli rispondono: Elia, Salomè, un vecchio alato di nome Filemone di cui Jung scriverà che gli insegnò «la realtà oggettiva della psiche», cioè che i pensieri possono avere una vita propria come gli animali di una foresta.

Non lo pubblicò. Non lo pubblicarono i figli. Uscì nel 2009, a quarantotto anni dalla morte dell'autore, per cura di Sonu Shamdasani, e cambiò la discussione: da quel momento non è più possibile sostenere che l'interesse di Jung per il materiale visionario fosse una curiosità marginale. Era il cantiere da cui è uscito tutto il resto.

Nel mezzo di quegli anni, nel 1916, Jung scrive e fa stampare privatamente i Septem Sermones ad Mortuos, sette prediche ai morti, e li attribuisce a Basilide di Alessandria, gnostico del II secolo. Non è un falso destinato al mercato: è un testo che circola fra amici, e la finzione dell'autore antico è dichiarata dallo stile. Ma è il punto in cui la distanza fra lo psichiatra e il materiale che studia si assottiglia più che altrove.

L'alchimia, e che cosa Jung ci vedeva

La porta d'ingresso ha un nome e una data. Nel 1929 il sinologo e missionario Richard Wilhelm pubblica Das Geheimnis der Goldenen Blüte, «Il segreto del fiore d'oro», un manuale cinese di alchimia interiore, e chiede a Jung un commento europeo. Jung lo scrive, e da lì non si ferma più: mette insieme una delle maggiori biblioteche private di testi alchemici del Novecento e le dedica due opere maggiori, Psicologia e alchimia (1944) e Mysterium coniunctionis (1955-56), quest'ultima terminata a ottant'anni.

La tesi è precisa, e va detta bene perché viene riassunta male. Jung non sostiene che gli alchimisti trasmutassero i metalli, né che nascondessero una dottrina spirituale sotto un linguaggio chimico. Sostiene che, lavorando per secoli su una materia di cui non conoscevano la chimica, proiettassero sui processi del crogiolo i processi della propria psiche — e che perciò i trattati alchemici siano una documentazione involontaria, e straordinariamente ricca, della vita interiore di uomini che credevano di descrivere il piombo. L'alchimia gli interessa come archivio, non come tecnica.

Un dettaglio filologico che vale la pena sapere. Il testo su cui tutto comincia, il Taiyi Jinhua Zongzhi, è un manuale taoista prodotto per scrittura medianica fra il 1688 e il 1692 in cerchie devote a Lü Dongbin; Wilhelm lavorò su un'edizione del 1834 comprata da un libraio di Pechino. La traduzione di Wilhelm è stata giudicata da Thomas Cleary, che ritradusse dal cinese nel 1991, incompleta e inesatta. Jung costruì dunque il proprio commento su un testo tardo e su una traduzione discutibile. Questo non annulla il commento — che parla di Jung, non della Cina — ma va saputo prima di usarlo come prova di una convergenza fra Oriente e Occidente.

La sincronicità, e i limiti di ciò che dice

Nel 1952 Jung pubblica La sincronicità come principio di nessi acausali, in un volume condiviso con il fisico Wolfgang Pauli, premio Nobel. È il testo più citato e meno letto della sua opera. La proposta è che esistano coincidenze significative — un evento interno e uno esterno che combaciano senza che l'uno causi l'altro — e che il criterio del significato sia irriducibile a quello della causa.

Che cosa non dice: non dice che il pensiero produca gli eventi, non fornisce una procedura per distinguere una coincidenza significativa da una banale, e non afferma di aver dimostrato alcunché. Dentro quel saggio Jung inserisce anche un esperimento astrologico su coppie di oroscopi di sposi, cercando aspetti ricorrenti fra Sole, Luna e Ascendente. L'esperimento ha ricevuto critiche statistiche severe — sulla selezione del campione, sulle ipotesi formulate a posteriori, sulla dimensione degli effetti — e Jung stesso, nel testo, ammette che i risultati potrebbero essere frutto del caso e che la sua stessa attesa potrebbe averli influenzati. È una delle pagine più oneste e più maltrattate della sua produzione: chi la cita a favore dell'astrologia e chi la cita come prova di credulità la stanno entrambi riportando male.

Eranos, l'I Ching, e la rete dei rapporti

Dal 1933, ad Ascona sul Lago Maggiore, Olga Fröbe-Kapteyn organizza i convegni Eranos: un incontro annuale fra storici delle religioni, orientalisti, filologi e psicologi. Jung ne diventa la figura di riferimento, e per trent'anni Eranos è il luogo in cui la sua psicologia incontra Henry Corbin, Mircea Eliade, Károly Kerényi, Gershom Scholem. È da questa rete, più che dai libri di Jung, che passa gran parte dell'influenza junghiana sugli studi religiosi del Novecento.

Alla traduzione tedesca dell'I Ching di Wilhelm Jung premette una prefazione che è, di fatto, la prima applicazione pubblica della sincronicità: consulta il libro sul libro stesso, e riporta la risposta. Anche qui la formulazione è cauta — parla di un metodo per osservare il proprio stato mentale, non di divinazione funzionante.

Il 1933, e la parte che non si può liquidare

Nel 1933 Jung assume la presidenza della Allgemeine Ärztliche Gesellschaft für Psychotherapie, la società internazionale di psicoterapia, dopo che il presidente Ernst Kretschmer si è dimesso in seguito alla presa del potere nazista in Germania; e assume la direzione della rivista della società, lo Zentralblatt für Psychotherapie. Nel 1934 vi pubblica un testo in cui distingue fra una psicologia «ariana» e una «ebraica», sostenendo che l'inconscio ariano avrebbe potenzialità e tensioni che quello ebraico non conosce, e rimproverando a Freud di aver applicato categorie ebraiche a pazienti germanici.

Su questo esistono due letture, e vanno riportate entrambe perché entrambe hanno argomenti. La difesa: Jung sostenne di aver accettato la presidenza per mantenere in vita una struttura internazionale e proteggere i colleghi ebrei, e in effetti ottenne che i medici ebrei espulsi dalla sezione tedesca potessero restare membri individuali dell'organizzazione internazionale; parlò poi di un «errore» e di uno «scivolone». L'accusa: quel testo esiste, è firmato, è stato pubblicato in un contesto in cui quelle categorie avevano conseguenze materiali immediate, e nessuna intenzione protettiva lo cancella.

Non è compito di questa pagina emettere una sentenza. È compito di questa pagina dire che il testo esiste, che è del 1934, che è sullo Zentralblatt, e che chi presenta Jung senza menzionarlo sta dando un ritratto incompleto — così come chi lo riduce a quello.

Che cosa Jung non era

Non fu teosofo. Conosceva la letteratura teosofica, la citava, e ne giudicava severamente la qualità: la considerava un materiale sintomatico — interessante perché mostra di che cosa l'Occidente aveva bisogno — non una dottrina da accettare. Nessuna adesione, nessuna affiliazione.

Non fu un occultista praticante. Non risultano appartenenze a ordini iniziatici, non praticava rituali magici, e il rapporto con lo spiritismo si esaurisce, sul piano attivo, nelle sedute giovanili documentate dalla tesi del 1902. L'immaginazione attiva che praticò e insegnò è una tecnica psicologica, per quanto spregiudicata.

Non ha detto molte delle cose che gli si attribuiscono. Sotto il nome di Jung circola una quantità notevole di aforismi senza fonte, spesso di tono consolatorio, che nel corpus non si trovano. La regola è la stessa che vale per Einstein e per Gandhi: se una frase è perfetta per un fondo di tramonto, la fonte va cercata prima di citarla.

Perché questa voce sta fra le Correnti. Jung non ha fondato una società iniziatica e non ha scritto un sistema esoterico. Ha fatto qualcosa di più duraturo: ha fornito a tutto l'esoterismo del secondo Novecento un linguaggio rispettabile. Archetipo, inconscio collettivo, ombra, individuazione, sincronicità — sono termini junghiani che oggi si trovano nei manuali di tarocchi, nelle scuole di astrologia psicologica, nei corsi di sciamanesimo urbano, quasi sempre usati in un senso che Jung non avrebbe riconosciuto. È il caso raro di un autore che ha influenzato una tradizione senza appartenervi, e che di quella tradizione è diventato involontariamente la garanzia scientifica.

Fonti. C. G. Jung, Zur Psychologie und Pathologie sogenannter occulter Phänomene, Lipsia, 1902 · Septem Sermones ad Mortuos, stampa privata, 1916 · commento europeo a R. Wilhelm, Das Geheimnis der Goldenen Blüte, Dorn-Verlag, München, 1929 · Psychologie und Alchemie, 1944 · Synchronizität als ein Prinzip akausaler Zusammenhänge, in volume con W. Pauli, 1952 · Mysterium coniunctionis, 1955-56 · Il Libro Rosso. Liber Novus, a cura di Sonu Shamdasani, W. W. Norton, 2009 · Zentralblatt für Psychotherapie, 1934 · T. Cleary, traduzione diretta del Taiyi Jinhua Zongzhi, 1991.

Grado B. Date, titoli e sedi di pubblicazione sono verificati. Restano non confermati in questa ricerca: il conteggio esatto dei volumi alchemici della biblioteca di Jung, che circola in cifre discordanti; e i termini precisi degli accordi sulla permanenza dei medici ebrei nell'organizzazione internazionale, riportati in modo divergente dalle fonti. Ricordi, sogni, riflessioni, che è la fonte di molti aneddoti qui riassunti, è una testimonianza autobiografica raccolta da Aniela Jaffé nel 1961-62 e va usata come tale, non come documento coevo.