Correnti · di Frater Custos · lettura di 14 minuti
La Quarta Via
Gurdjieff, Ouspensky e l'idea che l'essere umano dorma mentre crede di essere sveglio. È la corrente esoterica novecentesca che ha avuto la maggiore influenza fuori dai propri confini — e quella su cui circolano più leggende, a cominciare dall'enneagramma.
Nel 1915, a Mosca, un giornalista e matematico russo di trentasette anni che aveva già scritto un libro di successo sulla quarta dimensione accetta di incontrare, in un caffè di second'ordine, un caucasico dall'accento pesante e dai modi da mercante di tappeti. Pëtr Dem'janovič Uspenskij ne uscirà convinto di avere trovato ciò che aveva cercato in India. L'uomo era Georgij Ivanovič Gurdjieff.
Da quell'incontro nasce l'esposizione più chiara che l'esoterismo novecentesco abbia prodotto di sé stesso: Frammenti di un insegnamento sconosciuto, pubblicato postumo nel 1949. È il libro da cui passa tutto ciò che oggi si chiama Quarta Via.
Perché «quarta»
Il nome, che è in realtà una formulazione di Ouspensky più che di Gurdjieff, si spiega per differenza. Le vie tradizionali sarebbero tre, e ciascuna lavora su un solo centro dell'essere umano:
| Via | Su che cosa lavora | Limite |
|---|---|---|
| Il fachiro | Il corpo fisico, il centro motorio-istintivo, per sofferenza e immobilità | Produce una volontà di ferro e nient'altro |
| Il monaco | La fede e il sentimento, il centro emozionale | Sviluppo unilaterale |
| Lo yogi | La conoscenza, il centro intellettuale | Sviluppo unilaterale |
Tutte e tre richiedono il ritiro dal mondo. La quarta via lavora invece sui tre centri insieme e dentro la vita ordinaria: nessun monastero, nessuna rinuncia sociale. È anche detta «via dell'uomo astuto», perché usa scorciatoie — l'uomo astuto, dice Gurdjieff, sa preparare una pillola invece di digiunare per anni.
Un dettaglio che quasi tutti trascurano, e che è il più interessante: secondo Ouspensky la quarta via non è una via permanente. Non ha forme né istituzioni stabili. Appare in relazione a un compito determinato e scompare quando il compito è esaurito. Ogni gruppo che si presenti oggi come custode ininterrotto della quarta via sta contraddicendo la definizione che ne dà il suo stesso testo fondativo.
L'uomo è una macchina
La tesi centrale è brutale e non consolatoria. L'essere umano ordinario non ha volontà, non ha un io unitario, non ha coscienza. Reagisce a stimoli in modo meccanico: tutto accade, e nulla è realmente fatto. Al posto di un Io permanente c'è una folla di piccoli «io» che si alternano al comando, ciascuno convinto di essere il tutto — quello che promette la sera è un altro da quello che al mattino non mantiene.
L'uomo nasce nel sonno, vive nel sonno e muore nel sonno, immaginando soltanto di essere sveglio.
Lo stato che chiamiamo veglia è, in questo sistema, un secondo stato di sonno. Gli stati sono quattro: sonno, veglia-sonno, coscienza di sé, coscienza oggettiva. Quasi tutti gli esseri umani passano l'intera vita nei primi due.
Lo strumento per uscirne ha un nome preciso: il ricordo di sé. Non è introspezione e non è osservazione di sé. È un atto di attenzione divisa: essere consapevoli nello stesso momento dell'oggetto percepito e di sé che percepisce. Il capitolo VII di Frammenti racconta gli esperimenti di Ouspensky per le strade di Pietroburgo, e il dettaglio che rende credibile tutto il resto è che gli riuscivano per pochi minuti alla volta, dopodiché si accorgeva di aver camminato per isolati interi senza esserci stato.
Essenza e personalità
L'essenza è ciò con cui si nasce: il proprio, l'ereditario, il reale. La personalità è ciò che è stato acquisito — educazione, imitazione, linguaggio, opinioni prese in prestito. Nell'adulto medio l'essenza resta infantile mentre la personalità cresce a dismisura e la ricopre. Il lavoro non consiste nell'aggiungere qualcosa, ma nell'indebolire i «cuscinetti» e le identificazioni perché l'essenza possa riprendere a crescere.
Da qui la distinzione fra considerazione interiore — la dipendenza dall'opinione altrui, che consuma la maggior parte dell'energia disponibile — e considerazione esteriore, che è l'attenzione reale all'altro.
Le due leggi e il Raggio della Creazione
La parte cosmologica è quella che invecchia peggio, e va presentata per quello che è: un modello, non una descrizione dell'universo.
La legge del tre dice che ogni fenomeno nasce dall'incontro di tre forze — attiva, passiva e neutralizzante — e che l'uomo ordinario percepisce solo le prime due, ragione per cui il mondo gli appare dualistico.
La legge del sette, o legge dell'ottava, dice che ogni processo si sviluppa come una scala musicale, con due intervalli — fra mi e fa, fra si e do — in cui la vibrazione rallenta e il processo devia dalla direzione iniziale se non riceve uno «shock addizionale». È la spiegazione gurdjieffiana del perché le imprese umane finiscano regolarmente per realizzare il contrario di ciò che intendevano. Il ricordo di sé è, in questo schema, lo shock deliberato al primo intervallo.
Il Raggio della Creazione è una scala discendente: Assoluto, tutti i mondi, la galassia, il Sole, i pianeti, la Terra, la Luna — con un numero crescente di leggi meccaniche a ogni gradino. L'uomo terrestre ne subisce quarantotto ordini. A questa cosmologia si collega l'idea più fraintesa di tutte, quella secondo cui l'umanità servirebbe a «nutrire la Luna»: una funzione cosmica dell'organico terrestre come organo di trasmissione di energie.
L'enneagramma: due cose diverse con lo stesso nome
Qui la divulgazione sbaglia quasi sempre, e vale la pena essere precisi perché la confusione è enorme.
L'enneagramma di Gurdjieff, degli anni Dieci e Venti, è una figura geometrica: un cerchio, un triangolo inscritto sui punti 3-6-9, e una figura esagonale irregolare 1-4-2-8-5-7 derivata dal periodo decimale di 1/7. È un diagramma di processo: unisce la legge del tre e la legge del sette e serve a leggere come un processo si sviluppa nel tempo e dove cadono gli intervalli. Gurdjieff è la prima fonte nota sia del termine sia della figura, e attribuiva quest'ultima a una fonte antica non specificata, di ambiente sufi. Nessuna attestazione della figura anteriore a Gurdjieff è mai stata trovata.
L'enneagramma della personalità — il Perfezionista, l'Aiutante, i nove tipi dei test online — è un'altra cosa, e ha una data. Nasce con Oscar Ichazo (1931-2020), che sviluppò la «protoanalisi» e insegnò ad Arica, in Cile, attorno al 1968-71, coniando lui l'espressione Enneagram of Personality. Claudio Naranjo (1932-2019), psichiatra cileno, studiò con Ichazo nel 1970, elaborò una propria versione integrandola con la psicologia clinica occidentale e la insegnò a Berkeley e all'Esalen Institute. Da lì passò all'ambiente gesuita con Robert Ochs, e da lì alla formazione aziendale.
Detto in una riga: la figura è gurdjieffiana, la tipologia dei nove caratteri è una creazione cileno-californiana del 1969-72 innestata sulla figura. Chi presenta l'enneagramma dei tipi come sapienza sufi millenaria o come insegnamento di Gurdjieff afferma qualcosa di storicamente infondato. Ichazo stesso contestò pubblicamente le versioni successive alla propria, e ci fu perfino contenzioso legale.
L'istituto, e ciò che va detto delle ombre
Nel 1922 Gurdjieff apre a Fontainebleau-Avon, in Francia, l'Institut pour le développement harmonique de l'homme: lavoro manuale pesante, danze sacre eseguite in gruppo con ritmi diversi per arti diversi e conteggi mentali sovrapposti, esercizi di attenzione, condizioni deliberatamente scomode. Le musiche dei Movimenti sono in gran parte di Thomas de Hartmann su indicazioni di Gurdjieff.
Lì morì, nel gennaio 1923, la scrittrice Katherine Mansfield, arrivata all'istituto in stadio terminale di tubercolosi. Il caso fu usato per anni contro Gurdjieff. Va detto con precisione: Mansfield era già condannata quando arrivò, e scrisse di avervi trascorso settimane serene; ma va detto anche che l'istituto non era un luogo adatto a una malata terminale, e che l'episodio segnò l'immagine pubblica di Gurdjieff per sempre.
Le accuse di manipolazione, di rapporti personali problematici con i discepoli e di gestione autoritaria del gruppo accompagnano Gurdjieff da vivo e nella letteratura successiva. Non sono dettagli marginali: fanno parte della storia della corrente quanto le idee, e un'esposizione che le omette non è un'esposizione, è un depliant.
Dopo la morte di Gurdjieff, nel 1949, la trasmissione passa soprattutto a Jeanne de Salzmann, che ebbe la responsabilità dei Movimenti, e si dirama in più direzioni: J. G. Bennett, Maurice Nicoll, Rodney Collin, le Gurdjieff Foundation. Ouspensky si era separato da Gurdjieff già molto prima, insegnando per conto proprio a Londra.
Che cosa resta, di tutto questo, per chi non ha nessuna intenzione di entrare in un gruppo? Un'osservazione che non richiede di credere a nulla: che l'attenzione a sé stessi mentre si agisce è difficilissima da mantenere, che quasi tutti noi passiamo la giornata in uno stato che assomiglia molto più al pilota automatico che alla coscienza, e che accorgersene anche solo per qualche secondo è un'esperienza sgradevole e istruttiva. Il resto — le ottave, il Raggio, i cuscinetti — si può prendere o lasciare. Quello, no.
Precisazioni La data di nascita di Gurdjieff è contestata: circolano il 1866 (dichiarazione dello stesso Gurdjieff), il 1872 (epigrafe tombale ad Avon) e il 1877 (la maggior parte dei documenti d'archivio superstiti). Il curatore della principale risorsa documentaria gurdjieffiana scrive che gli anni 1887-1907 sono «notoriamente problematici» e che i diari dei geografi centroasiatici dell'epoca non forniscono il supporto documentario che ci si aspetterebbe per il racconto autobiografico. L'idea che Gurdjieff abbia introdotto deliberatamente «inesattezze legittime» nella propria biografia come parte del metodo è una lettura interna alla tradizione, non un fatto accertato.