Correnti · di Frater Custos · lettura di 24 minuti
L’anting-anting
Gli amuleti filippini sono una formazione storica documentata, con un esemplare datato al 1884 e una dottrina che si legge. Che i grandi maestri di eskrima ne possedessero è un’altra cosa. E la spiegazione che viene prima in mente — le vecchie divinità ribattezzate con nomi di santi — è smentita da un atto documentato di segno opposto.
Un anting-anting è, nella forma più comune, una medaglia di metallo incisa che si porta al collo o cucita nella camicia. Sopra ci sono figure e parole: un occhio dentro un triangolo raggiato, una Trinità con tre volti identici, un fiore a cinque petali, e righe di lettere che a prima vista sembrano latino e a un esame più attento non lo sono del tutto. Chi lo porta ritiene che gli conferisca birtud — potenza — e in certe versioni che lo renda impenetrabile alle lame o ai proiettili.
Su questo oggetto esistono musei, cataloghi, studi accademici e atti giudiziari. Esiste anche un secondo racconto, che circola soprattutto in ambiente marziale: che i grandi escrimadores del Novecento — Ilustrisimo, Villabrille, Bacon — ne possedessero, e che a questo si dovessero le loro capacità. Le due cose hanno un peso probatorio completamente diverso, e la ragione per cui questa scheda esiste è tenerle separate.
Le parole, che non sono sinonimi
Il lessico è già un documento, perché ogni termine viene da uno strato linguistico diverso e insieme raccontano cinque secoli di contatti.
| Termine | Origine | Che cosa indica |
|---|---|---|
| agimat | Arabo ʿazīma, «formula recitata per stornare il pericolo», per via malese azimat e maguindanao; il senso «amuleto» è attestato intorno al 1860 | L’oggetto portato. È il termine con l’etimo meglio ricostruito, ed è islamico — dato che si legge di rado, perché contraddice la lettura dell’agimat come magia indigena |
| anting-anting | Da anting, «pendente, orecchino», area malese | L’oggetto portato. Falso amico: in malese e indonesiano moderni anting-anting significa ancora «orecchini». Il senso di amuleto è una specializzazione filippina |
| mutya | Sanscrito mutya/mukta, «perla»; paralleli tamil e hindi. Registrato già da Pigafetta nelle Visayas fra il 1519 e il 1522 | L’oggetto naturale trovato e già potente: una perla, una pietra. Non si fabbrica e non si attiva |
| birtud / bertud | Spagnolo virtud, per la via della virtus teologica | Non l’oggetto: la potenza che l’oggetto contiene. È la distinzione che quasi tutte le divulgazioni perdono |
| orasyon | Spagnolo oración, «preghiera» | La formula recitata o scritta. È il vero nucleo operativo del sistema: senza testo l’oggetto non fa nulla |
| libreto | Spagnolo | Il libretto manoscritto che raccoglie le orasyones |
L’antropologo Prospero R. Covar formalizza la coppia che regge tutto il sistema: potensiya, la potenza latente insita in enti naturali, persone e parole sacre, e bisa, l’efficacia attivata. L’anting-anting è ciò che sta in mezzo.
Che cosa c’è scritto sopra, e da dove viene
Comincio dal pezzo, perché è il punto fermo di tutta la scheda. Il Musée du quai Branly — Jacques Chirac di Parigi conserva con inventario 71.1902.1.99 un anting-anting: medaglia ovale in rame, 3,5 × 3 centimetri, 15 grammi, motivo centrale a calice, un emblema circolare raggiante, lettere incise lungo il bordo ormai in parte consunte. È datato al XIX secolo e raccolto sul campo a Luzon nel 1884, durante le spedizioni di Alfred Marche finanziate dal ministero francese dell’istruzione. Passa al Musée d’Ethnographie du Trocadéro nel 1902, poi al Musée de l’Homme, poi al quai Branly.
Perché conta tanto: dimostra che la medaglia metallica incisa circolava a Luzon prima del 1884, cioè prima del Katipunan, e quindi prima di tutte le vicende con cui di solito la si spiega.
Ma va detta subito una cosa che cambia la prospettiva: Covar lavora su una fonte unica e datata, cioè Karunungan ng Dios di Melencio T. Sabino, 1955, una raccolta a stampa di orazioni e narrazioni. Buona parte della «dottrina» dell’anting-anting che oggi si legge ovunque è dunque filtrata da un libro popolare degli anni Cinquanta, non da un corpus orale precoloniale.
Le iscrizioni si dividono in tre registri, e la distinzione è utile. C’è latino liturgico riconoscibile ma corrotto — la formula «Credo de la Sanctisima Trinidad» non è latino, è un ibrido: Credo latino, de la spagnolo, Sanctisima ispanizzato. È esattamente ciò che ci si aspetta da una catena di copisti che non sanno il latino. C’è spagnolo devozionale. E ci sono stringhe non traducibili, che Covar registra senza tradurle: «Lihis, taguitac, sagranatac paparonatac».
Quanto è cattolico
Molto, e in modo dimostrabile. La lingua è spagnola e latina. Il personale divino è la Trinità, la Vergine, gli arcangeli, i santi. I supporti sono scapolari, crocifissi, medaglie devozionali europee. Il calendario è il Venerdì Santo. L’antropologo Michael L. Tan ha osservato che a Quiapo, davanti alla basilica, si vende accanto agli amuleti anche la medaglia di San Benedetto, che è un sacramentale cattolico approvato da Benedetto XIV nel 1742: sul piano dell’oggetto, la frontiera fra sacramentale autorizzato e amuleto popolare non è tracciabile.
Sull’occhio nel triangolo si legge spesso che sarebbe massonico, e il Katipunan — fondato il 7 luglio 1892 — aveva effettivamente struttura, riti d’iniziazione e gradi di modello massonico. Ma l’Occhio della Provvidenza in triangolo raggiato è iconografia cattolica corrente almeno dal Seicento, indipendente dalla massoneria, e l’esemplare del 1884 precede il Katipunan. La derivazione massonica è ipotesi ragionevole, non fatto documentato: non ho trovato alcuno studio che stabilisca la filiazione con prove.
Il sincretismo, e come si mette alla prova
Arrivati qui la spiegazione si presenta da sé, e vale la pena affrontarla perché è la più diffusa in assoluto: che sotto il cattolicesimo ci sia la vecchia religione, e che le figure precoloniali siano state semplicemente ribattezzate con nomi di santi. È una tesi ragionevole, ha casi celebri a sostegno altrove nel mondo, e per le Filippine non regge nella forma in cui viene raccontata. Ma il modo per accorgersene non è discuterne in astratto: è distinguere tre cose che la parola «sincretismo» tiene insieme e che hanno un peso probatorio diversissimo.
| Che cosa si afferma | Che prova richiede |
|---|---|
| Sostituzione documentata «Il culto X è stato soppiantato dal culto Y» | Una fonte che mostri l’atto: un decreto, una relazione, un verbale, una chiesa di cui si documenti la costruzione sul sito precedente |
| Continuità funzionale «Una funzione sociale persiste sotto un nome nuovo» | Si può argomentare mostrando che il bisogno e la tecnica permangono. Non prova che sia lo stesso culto, e di solito nessuno lo pretende |
| Affermazione retrospettiva «Questo in realtà è l’antico X» | Da sola, nessuna. È una lettura, e va attribuita a chi la fa e datata all’anno in cui la fa |
Nella prima casella, per l’anting-anting, c’è pochissimo — e quel poco è interessante. È documentata la repressione: una relazione del 1625 riferisce di strumenti rituali bruciati, della sciamana principale frustata e delle altre esposte alla pubblica vergogna. Ed è documentata una sostituzione di personale: le funzioni della baylan e della catalonan, le specialiste rituali che le fonti cinquecentesche descrivono come ordinariamente donne e di rango, furono in gran parte assunte dai preti cattolici, e le funzioni terapeutiche passarono ai sacramenti e all’intercessione dei santi. Ma è sostituzione di un ruolo sociale, non ridenominazione di figure: nessuna fonte accoppia un anito a un santo, e non conosco un solo caso filippino in cui una divinità precoloniale compaia ribattezzata in un documento.
E l’effetto storico fu il rovescio dell’intenzione. È la tesi di Vicente L. Rafael, Contracting Colonialism, Cornell University Press, 1988: proprio perché opachi, quei termini rimasero disponibili a riempimenti locali, e i tagalog li usarono per eludere le pretese del significato spagnolo invece che per subirle. Il che è più interessante della tesi del travestimento — e la sostituisce. Non ho letto Rafael in originale: l’elenco dei quattro termini lo prendo dalla recensione critica di Caroline S. Hau in «Public Policy», II/4, 1998.
Nella seconda casella c’è la guarigione, e qui la continuità è difendibile: il bisogno di un guaritore fuori dal clero non è mai venuto meno, e l’etnografia novecentesca lo documenta. Ma va detto quello che di solito si tace: la parola stessa è spagnola. L’albularyo è l’herbolario, e il suo repertorio è fatto di orazioni latine e oggetti benedetti. Fra la baylan del Cinquecento e l’albularyo del Novecento non esiste una catena documentaria: c’è continuità di bisogno, probabilmente di tecnica, non di istituzione.
Nella terza casella cade quasi tutto il resto — compresa l’affermazione più bella e più citata, cioè che nell’Infinito Dios si nasconda Bathala. Va detto con precisione: non esiste una fonte, di nessuna epoca, in cui i portatori di anting-anting identifichino l’Infinito Dios con Bathala. L’identificazione è degli studiosi. Il racconto del dio che si nasconde dentro la pietra e a cui Gesù battezza soltanto il pollice è oralità novecentesca, raccolta sul campo da un membro di un samahan, e la lettura allegorica che ne fa il titolo del libro di Nenita Pambid, University of the Philippines Press, 2000, è sua — citabilissima, purché attribuita a lei e datata al 2000.
Ci sono poi due elementi che spingono attivamente nella direzione opposta. Il primo: l’apparato dell’Infinito Dios nella codificazione del 1955 contiene materiale cabbalistico — vi compare l’Ainsoph, la luce che dimora nell’altezza dell’infinito — cioè esoterismo cristiano europeo arrivato per via libraria, non cosmologia pre-ispanica. Il secondo, e taglia alla radice: le religioni filippine pre-ispaniche sono quasi sempre prive di una figura di Dea Madre. Il che toglie la base all’ipotesi che la divinizzazione della Vergine, che nell’anting-anting è centrale, derivi da un precedente indigeno: non c’era il precedente.
La «tradizione originaria pura» che la tesi del travestimento presuppone non esiste nemmeno prima del 1521. E la promozione di Bathala a dio supremo di un pantheon organizzato è, in buona parte, opera del filtro descrittivo europeo: sono i missionari a cercare un Deus creator dentro un campo di anito funzionali.
Che il sincretismo esista non è in discussione, e altrove le prove sono schiaccianti: nella santería cubana la corrispondenza fra orisha e santi non va inferita, perché è iscritta nei cabildos de nación, confraternite registrate con statuti e patrono cattolico, cioè in enti giuridici con archivio; esistono liste coeve prodotte dai praticanti; si sa quale tradizione yoruba, da dove e quando; e sopravvive una lingua liturgica africana che i praticanti stessi chiamano africana. Nel caso filippino mancano tutti e quattro i requisiti: nessuna istituzione coloniale che accoppi anito e santi, nessuna lista coeva, una religione precoloniale nota solo attraverso il filtro di chi la distruggeva, nessuna lingua liturgica indigena sopravvissuta nei culti cattolici delle pianure.
Una precisazione finale, perché l’errore è frequente e riguarda l’autore più citato su questo tema. Ileto non sostiene che sotto il cattolicesimo ci sia il paganesimo. Sostiene il contrario: che sia il cattolicesimo — la lingua del pasyon, la passione di Cristo cantata — a fornire la grammatica con cui le rivolte si pensarono e si dissero. È una tesi sulla produttività del cristianesimo, e viene regolarmente citata a sostegno della tesi opposta.
Come si carica
L’oggetto non funziona da solo: va attivato. Reynaldo Ileto documenta che gli anting-anting si ottenevano e si caricavano durante la Settimana Santa, con procedimenti che includevano riti cimiteriali, e che vi si incorporavano frammenti di ceri quaresimali. Un reportage del Philippine Daily Inquirer da Mlang, North Cotabato, descrive la stessa procedura ai giorni nostri: un volontario cerca nel cimitero, il Venerdì Santo, le rotule di defunti reputati combattenti temibili, e recita sopra l’oggetto la preghiera latina richiesta.
Il secondo grande dispositivo è la montagna. L’ascesa al Monte Banahaw serve ad attualizzare la bisa del proprio amuleto, o ad acquisirlo lì. Vitaliano R. Gorospe S.J., in «Mount Banahaw: The Power Mountain from Ritualism to Spirituality», Philippine Studies 40/2, 1992, pp. 204-218, distingue tre classi: talismani naturali; medaglioni attivati; e amuleti impiantati nel corpo. E aggiunge il dato che più conta: l’efficacia è ritenuta dipendere dalla coscienza spirituale del portatore, non dall’oggetto.
Esiste infine l’ingestione. Il generale Artemio Ricarte, nelle sue memorie stampate a Yokohama nel 1927, racconta che Eusebio Di-Mabunggo distribuiva ai soldati fogli con croci e iscrizioni latine, e che i soldati li deglutivano. Non ho aperto il testo di Ricarte: la notizia passa per Ileto, alle pp. 53-54.
❦
La storia, e un silenzio che vale una pagina
L’anting-anting compare nella storia filippina addensato in un settantennio, dal 1840 al 1910, e sempre attaccato a movimenti che finiscono male.
1832-1841, la Cofradía de San José. Apolinario de la Cruz, detto Hermano Pule, nato a Lucban il 22 luglio 1815, fonda nel dicembre 1832 una confraternita che arriva a cinquemila membri. Il 1° novembre 1841, ad Alitao, l’esercito coloniale la annienta: trecento-cinquecento morti. Pule è fucilato il 4 novembre 1841, a ventisei anni, e il corpo squartato e le parti esposte nella provincia. Ileto apre da qui.
1896-1897, il Katipunan. Qui la documentazione c’è, ma è più stretta di quanto si creda. Ileto, alle pp. 51-54, riporta una descrizione del febbraio 1897 secondo cui l’esercito di Aguinaldo portava scapolari, crocifissi e una fascia di cotone rosso con dentro un anting-anting, e i portatori di potenza stavano vicino ai comandanti. La sua tesi non è che l’oggetto protegga: è che sia il nodo visibile di un sistema che lega la coltivazione interiore — il loób — alla concentrazione di potenza. Va però riportato anche il controcanto: Emilio Aguinaldo pubblicò una smentita di aver mai usato anting-anting, sul Philippines Free Press del 25 settembre 1929.
1902-1911, i Pulahan. A Samar e Leyte i movimenti pulahan combattono gli americani in camicia rossa e con amuleti. Alla battaglia del fiume Dolores, 12 dicembre 1904, oltre mille pulahanes attaccano quaranta uomini della Philippine Constabulary: circa trecento morti fra gli assalitori, una quarantina fra i costabulari. Nella sola Samar si contano circa settemila morti pulahan entro il 1911. Lo studio di riferimento è George Emmanuel R. Borrinaga, «Seven Churches: The Pulahan Movement in Leyte, 1902-1907», Philippine Quarterly of Culture and Society 43/1-2, 2015, che ha una sezione dedicata proprio a uniformi rosse e anting-anting.
Vale anche per Macario Sakay, la cui associazione con l’anting-anting poggia interamente su un gilet iscritto che sarebbe conservato ai National Archives americani — rivendicazione ripetuta due volte dallo storico Ambeth Ocampo, nel 2011 e nel 2014, e per la quale non ho trovato numero d’inventario, scheda né fotografia catalogata.
Ne segue una cosa che conviene sapere prima di leggere qualunque libro sul tema: i movimenti sono documentati dagli atti giudiziari e militari coloniali; la componente amuletica è documentata quasi solo da fonti etnografiche, memorialistiche e giornalistiche. La storiografia che la mette al centro — Ileto sopra tutti — lavora contro il silenzio delle fonti ufficiali, non con esse. È una scelta metodologica dichiarata, ed è legittima; ma è una scelta, non un dato bruto.
21 maggio 1967, la Lapiang Malaya. È il caso meglio documentato di tutti, e l’unico in cui l’efficacia degli amuleti sia stata messa alla prova in circostanze pubbliche, datate e davanti alla stampa. Oltre cinquecento aderenti di Valentin de los Santos, in uniforme, armati di bolo e muniti di anting-anting, marciano verso Malacañang chiedendo le dimissioni di Marcos. Li ferma la Constabulary con gli M-16, in Taft Avenue a Pasay. Trentatré morti, trentadue dei quali membri del movimento. Il Manila Times conia l’espressione Bloody Sunday. De los Santos finisce internato al National Center for Mental Health.
E gli escrimadores?
Qui la risposta è secca, e va data prima delle sfumature. Non esiste una sola fonte accademica, archivistica o giornalistica indipendente che documenti il possesso di un anting-anting da parte di un maestro di eskrima identificato per nome. Tutto quello che circola risale a testimonianze interne alla comunità marziale, quasi sempre a un solo autore e a un solo informatore.
Antonio «Tatang» Ilustrisimo (1904-1997, isola di Bantayan, Cebu) è il caso principale. Le fonti di riferimento della comunità non ne parlano: né le voci enciclopediche su di lui e su Kalis Ilustrisimo, né il manuale del sistema. Perfino Mark V. Wiley, Filipino Martial Culture, Tuttle, 1997 — il libro più citato del settore, che gli dedica un capitolo — tratta l’anting-anting solo in generale e non lo attribuisce a maestri individuali.
L’unica affermazione circostanziata risale a due articoli dello stesso autore, il giornalista e praticante Perry Gil S. Mallari: su FMA Pulse il 14 agosto 2009 e sul Manila Times il 26 marzo 2013. Vi si racconta il tagaliwas, il potere di deviare i proiettili, dimostrato il Venerdì Santo sparando contro fogli iscritti di oraciones. Nella versione del 2013 l’episodio è attribuito a un testimone con nome e cognome, Romeo Macapagal, allievo anziano, che dichiara: «I miei due figli maggiori e io siamo tiratori competenti, ma a cinque metri colpivamo solo attorno a quel foglio di 8×11 pollici».
È la migliore testimonianza esistente sul tema — datata, nominativa, circostanziata — e va detto che ha comunque tre limiti che non si possono aggirare: un solo autore, un solo testimone, e una pubblicazione avvenuta fra dodici e sedici anni dopo la morte del soggetto, in una rubrica di settore. Va citata come testimonianza. Mai come fatto.
Floro Villabrille (18 febbraio 1912 – 1992) porta il secondo racconto più diffuso: l’addestramento presso una principessa cieca di Gandara, a Samar, capace di percepire gli angoli d’attacco, e una serie di death match nelle arene. La storia è attribuita a un articolo di Jim Coleman su Black Belt nel 1990 — numero che non ho potuto verificare: ne segnalo l’esistenza, non ne cito il testo.
C’è però un dettaglio verificabile, e non torna. Si afferma che dopo l’incontro del 4 luglio 1933 il governatore generale Frank Murphy gli consegnò un certificato che lo nominava gran maestro delle arti marziali filippine. Murphy si insediò il 15 luglio 1933, undici giorni dopo. Non è una smentita — il certificato può essere posteriore — ma la sequenza narrata non regge come viene raccontata, e di quel certificato non esiste alcuna attestazione indipendente. Dei death match, del resto, non è mai stato prodotto un solo documento: né registro sportivo, né atto di polizia, né cronaca coeva.
Sugli altri nomi il quadro è più semplice: per Venancio «Anciong» Bacon, Remy Presas e Leo Gaje le fonti consultate non contengono alcuna menzione di anting-anting.
La questione «kali»
Adiacente e altrettanto controversa. Riporto le due posizioni con i nomi, perché entrambe hanno argomenti.
Il dato che nessuno contesta. Le fonti coloniali attestano calis / kalis, non kali: Pigafetta nelle Visayas fra 1519 e 1522, e soprattutto fray Pedro de San Buenaventura, Vocabulario de la lengua Tagala, 1613, primo dizionario tagalo-spagnolo, alla voce calis, con accezioni marziali. Kalis è cognato del kris malese.
Chi dice che «kali» è una costruzione novecentesca. Wiley, nel 1997, scrive che non esiste evidenza storica o antropologica di un’arte marziale islamica con quel nome nel Sud-est asiatico. Ned R. Nepangue e Celestino C. Macachor, in Cebuano Eskrima: Beyond the Myth, 2007, sono più netti: il termine non esisteva prima che comparisse nella prefazione del primo libro a stampa sull’arnis. Quel libro è Mga Karunungan sa Larong Arnis di Placido Yambao e Buenaventura Mirafuente, University of the Philippines Press, 1957, e non ha bibliografia — che è la ragione strutturale dell’intero dibattito. La diffusione mondiale del termine è successiva e statunitense: passa da Dan Inosanto, 1980.
Chi dice che è autentico. Mallari sostiene che kali derivi da kalis per contrazione, processo normale in tagalog, e porta come paralleli Bathala → bahala e taga-ilog → Tagalog. Remy Presas propose l’ipotesi inversa, di una s caduta in epoca moderna. L’antropologo Felipe «Bot» Jocano Jr. dell’Università delle Filippine è l’unica voce accademica del dibattito: non sono riuscito ad aprire il suo testo, e ne segnalo l’esistenza senza citarlo.
Che cosa si può dire con onestà. Che kalis è attestato dal 1613, e questo è fatto. Che la forma kali come nome dell’arte non è attestata in nessuna fonte anteriore al Novecento reperita da nessuna delle due parti — nemmeno i sostenitori dell’autenticità producono un’attestazione: producono un argomento fonologico. Che la contrazione è possibile ma non documentata. E che la prima attestazione scritta certa del termine come nome dell’arte è del 1957, in un libro privo di apparato. Nulla di tutto questo dice che l’arte sia recente: dice che il nome lo è. Sono due affermazioni diverse, e vengono confuse di continuo — in entrambe le direzioni. La legge nazionale filippina, del resto, usa arnis: Republic Act 9850, firmato l’11 dicembre 2009.
Che cosa circola senza fonte
«Tradizione precoloniale ininterrotta.» Non regge. Il concetto di oggetto potente è antico, e mutya è parola precoloniale registrata da Pigafetta. Ma ogni elemento del sistema documentato è posteriore al 1565: la lingua, le figure, i supporti, il calendario — e persino la parola agimat, che è un arabismo il cui senso di «amuleto» è attestato intorno al 1860. Il primo esemplare provenienziato è del 1884; il Vocabulario de la lengua tagala nell’edizione del 1860 definisce anting-anting «cosa superstiziosa con la quale credono che non riceveranno danno dai nemici», ed è la più antica attestazione lessicografica datata che ho trovato; il corpus dottrinale su cui lavora Covar è un libro del 1955.
«È magia indigena.» È l’affermazione più diffusa e la meno sostenibile, per le ragioni dette sopra. La lettura più raffinata è quella che Nenita Pambid mette nel titolo stesso del suo libro — perché Bathala si nasconde dentro la pietra — cioè occultamento e non semplice verniciatura. Ma resta una tesi interpretativa del 2000, non un dato: perché non regga come si crede, si veda sopra.
«Il quadrato SATOR compare negli anting-anting.» Non ne ho trovato una sola attestazione documentata: né nel record del quai Branly, né in Covar, né nei cataloghi di mostra. L’associazione compare solo per accostamento tematico generico. È un’ipotesi a priori plausibile — la Spagna conosceva il quadrato — ma la plausibilità non è prova.
«Gli spagnoli proibirono le arti marziali, sopravvissute travestite da danza.» La versione corrente attribuisce il divieto a un decreto di Simón de Anda y Salazar fra il 1762 e il 1764. Le obiezioni sono robuste: il 1762 è l’anno dell’invasione britannica di Manila, quando agli spagnoli servivano combattenti filippini e un disarmo generale sarebbe stato illogico; l’applicazione su settemila isole era materialmente impossibile; e la preferenza per il bastone si spiega meglio con l’abbondanza di rattan che con un divieto.
«I Doce Pares dell’anting-anting provano un legame con l’eskrima di Cebu.» No. I Doce Pares sono i dodici pari di Carlomagno, topos dei corridos e del teatro moro-moro, disponibile a chiunque. La coincidenza con il club di Cebu fondato nel 1932 è omonimia di un topos condiviso, non filiazione.
❦
Sul sincretismo. Juan de Plasencia, Relación de las costumbres de los Tagalos, Manila, 21 ottobre 1589, in Blair e Robertson, The Philippine Islands, vol. VII, 1903, pp. 173-187 · Doctrina Christiana, Manila, 1593, primo libro stampato nelle Filippine · Vicente L. Rafael, Contracting Colonialism: Translation and Christian Conversion in Tagalog Society under Early Spanish Rule, Cornell University Press, 1988 (ed. Duke 1993) · Caroline S. Hau, «Histories and Texts», in Public Policy II/4, 1998, pp. 146-156 · Carolyn Brewer, Shamanism, Catholicism and Gender Relations in Colonial Philippines, 1521-1685, Ashgate, 2004 · Marya Svetlana T. Camacho, «The Baylan and Catalonan in the Early Spanish Colonial Period», in Un mar de islas, un mar de gentes, Universidad de Córdoba, 2014, pp. 127-143 · Christian Talaguit, «The Rise of Filipino Mysticism», De La Salle University, 2020 · William Henry Scott, Barangay: Sixteenth-Century Philippine Culture and Society, Ateneo de Manila University Press, 1994 · Fenella Cannell, Power and Intimacy in the Christian Philippines, Cambridge University Press, 1999 · per il termine di paragone afro-atlantico: Roger Bastide, The African Religions of Brazil (orig. 1960), e David H. Brown, Santería Enthroned, University of Chicago Press, 2003.
Grado A per l’anting-anting come tradizione, ma con una precisazione vincolante: il grado A vale per l’anting-anting come formazione storica del lungo Ottocento coloniale, con addensamento fra il 1840 e il 1910 e una codificazione a stampa a metà Novecento. Non vale per una tradizione precoloniale continua, che è grado C.
Grado C per il legame con gli escrimadores, e le ragioni sono sette: nessuna fonte indipendente; fonte unica e testimone unico per l’unico episodio circostanziato; silenzio delle fonti interne di riferimento, Wiley compreso; scetticismo documentato dentro la comunità stessa; una cronologia che non chiude nel caso Villabrille; un vettore di trasmissione identificabile e recente, cioè la stampa marziale statunitense dalla fine degli anni Ottanta, in un mercato dove rivendicare un lignaggio esoterico ha valore commerciale diretto; e un contro-fatto pubblico, il 21 maggio 1967.
Non verificati in questa ricerca: il volume di Pambid, mai aperto; il numero di Black Belt del 1990 sulla principessa cieca; il testo di Ricarte del 1927; il gilet di Sakay ai National Archives; il saggio di Jocano sul termine kali; i testi originali di Rafael, Brewer, Cannell, Pambid e Scott, di cui riporto tesi e dati per via di recensioni e studi che li citano; la citazione di Francis St. Clair (1902) sull’anting-anting che Wiley riporta e che non ho trovato nel testo integrale — la segnalo come non verificata finché non se ne indichi la pagina. Se qualcuno di questi punti si può chiudere, chi lo sa è pregato di scrivere, e la correzione finirà nel registro con la sua data.