Testi · di Frater Custos · lettura di 9 minuti
Chi ha scritto la tradizione toscana
Pan co’ santi, ossi di morto, fave dei morti, il ben d’i morti. Le usanze toscane del 2 novembre si raccontano dappertutto. Ho provato a risalire a chi le ha registrate per primo, e la risposta è imbarazzante.
Ogni ottobre esce la stessa lista. In Toscana, il giorno dei morti, si fa il pan co’ santi — pane dolce con pepe, uvetta e noci, senese e maremmano. Si fanno gli ossi di morto, biscotti secchi che imitano le ossa. Si fa il seme dei morti. In certi paesi i bambini andavano di casa in casa a chiedere il ben d’i morti. Si lasciava la tavola apparecchiata.
Sono affermazioni verificabili in linea di principio: se un’usanza è esistita, qualcuno l’ha scritta. Per la Sicilia c’è Pitrè nel 1881, con l’edizione e il volume. Per la Toscana sono andato a cercare l’equivalente. Non l’ho trovato. Questo testo è il resoconto di quella ricerca, e vale come esempio di che cosa succede quando si prova a seguire una tradizione all’indietro fino alla prima persona che l’ha messa per iscritto.
La catena della copiatura
Chiunque cerchi «dolci dei morti» in italiano finisce, in due o tre clic, sulla stessa pagina di Wikipedia. È il nodo da cui la rete intera si serve: la incontri riscritta su portali di cucina, magazine di viaggio, siti di enti locali, rubriche di quotidiani.
Sono andato a leggere le note. Quella voce si regge su quattro note, e sono quattro blog gastronomici pubblicati fra il 2014 e il 2023. Per il pan co’ santi la nota rimanda a un post del 10 ottobre 2014. Per gli ossi di morto, a un sito di ricette. Nessuna nota rinvia a un ricettario storico, a una raccolta folklorica, a un documento d’archivio, a un’inchiesta sul campo.
Non è una critica a Wikipedia, che dichiara le sue fonti e permette a chiunque di andare a guardarle — cosa che quasi nessuno fa. È una constatazione sulla forma della nostra informazione: una filiera in cui ogni anello cita quello precedente, e il primo anello è un blog di cucina. La tradizione esiste come racconto, largamente condiviso e ripetuto in buona fede. Come documentazione, allo stato, non esiste.
Il caso più netto è il «seme dei morti», che si legge riferito alla Toscana. Le fave dei morti — biscotti di mandorla — sono assegnate dalle stesse fonti all’Emilia-Romagna, al Lazio, alla Lombardia, alle Marche, all’Umbria: non alla Toscana. E l’etimologia che si porta sempre appresso, quella che le fa discendere dalle fave dei Lemuria romani, è affermata ovunque e provata da nessuno. Nell’altro testo ho già spiegato perché quel salto non regge: i Lemuria cadono a maggio, a cinque mesi da qui.
L’unica testimonianza circostanziata, e che cosa vale
Una cosa l’ho trovata, ed è giusto darle il suo peso — che non è zero e non è molto.
Una testata locale toscana ha pubblicato nel 2021 il ricordo del «ben di morti»: la questua che il 2 novembre portava donne e bambini poveri di porta in porta, e in cambio uova, farina di castagne, olio, fave secche, fichi secchi, e la distribuzione di una scodella di farro con pane. È una descrizione precisa, con i beni elencati uno per uno, del tipo che non ci si inventa.
Due precisazioni però cambiano molto. La prima: l’usanza è ricordata per Carrara, che è area apuana e provincia di Massa-Carrara — non per la Versilia e non per la Toscana centrale. La seconda: l’articolo non cita alcuna fonte. È memoria personale d’infanzia dell’autrice, pubblicata ottant’anni dopo i fatti.
Come indizio è prezioso: dice a un ricercatore dove andare a cercare, e in quale area. Come prova non vale, per la stessa ragione per cui non vale un ricordo mio: una testimonianza senza raccolta e senza data non è un documento, è un punto di partenza.
La Versilia, dove non c’è niente
Della Versilia si legge talvolta come di una terra di riti autunnali. Ho cercato: folklore versiliese e apuano, Camaiore, Pietrasanta, Seravezza, Stazzema. Non risulta alcuna tradizione versiliese di Ognissanti o del 2 novembre documentata in letteratura accessibile. Il Museo del Lavoro e delle Tradizioni Popolari della Versilia Storica, a Seravezza, è l’istituzione che potrebbe smentirmi, e non sono riuscito a consultarne i materiali: è la telefonata da fare.
Quello che c’è oggi in Versilia il 31 ottobre l’ho contato, ed è questo: cinque eventi in due comuni — un concerto alla Capannina di Forte dei Marmi, due serate in stabilimenti balneari, due in discoteca a Viareggio, più una festa per bambini. Il censimento non l’ho fatto io: l’ho preso dai portali di prenotazione che li promuovono, che sono anche le uniche fonti esistenti. Non c’è una sola fonte, di alcun peso, che colleghi tutto questo a una tradizione locale. È intrattenimento notturno stagionale su un format importato, e non c’è niente di male: c’è solo che non è folklore.
E va detta una cosa ovvia che ogni tanto serve: il Carnevale di Viareggio è in febbraio — prima edizione 1873 — e non ha alcun rapporto con Halloween né con Ognissanti. L’unico punto di contatto che ho trovato fra le due cose è retorico: un sindaco della zona che paragona la propria festa di Halloween al Carnevale di Viareggio per darle statura.
La data, che invece è documentata benissimo
Il contrasto è istruttivo. Delle usanze popolari non sappiamo quasi nulla; della data liturgica sappiamo quasi tutto, perché la Chiesa scriveva.
La commemorazione dei defunti la istituisce l’abate Odilone di Cluny per i monasteri cluniacensi, e di lì si estende: a Liegi e a Besançon già nell’XI secolo. A Milano il vescovo Olderico la fissò al 15 ottobre, e fu san Carlo Borromeo a spostarla al 2 novembre. A Roma compare solo nel XIV secolo. Le tre messe che ogni sacerdote può celebrare quel giorno sono una concessione di Benedetto XV, 1915: un secolo fa.
Sull’anno di Odilone c’è una discrepanza che va riportata invece che appianata. L’Enciclopedia Italiana, alla voce redatta nel 1931, dà il 928. La letteratura corrente dà quasi unanimemente il 998. Il 998 è la data oggi accettata, e il 928 della Treccani è con ogni probabilità un refuso o una datazione superata — ma finché non ho visto l’edizione primaria preferisco dire che due fonti autorevoli non concordano.
C’è un dettaglio, in quella voce del 1931, che vale quanto una prova: non menziona nessuna usanza popolare italiana legata alla ricorrenza. Un’enciclopedia che nel 1931 descrive la commemorazione dei defunti in Italia e non registra il pane dei santi, le ossa di morto, la questua dei bambini. Non è dimostrativo — un’enciclopedia liturgica può legittimamente ignorare il folklore — ma è un silenzio in più che si aggiunge agli altri.
Il libro che tutti citano, e quasi tutti citano male
A questo punto qualcuno obietterà, giustamente, che esiste un libro serio che dice il contrario: Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Halloween. Nei giorni che i morti ritornano, Einaudi, 2006. La tesi è che Halloween non sia una mera importazione americana, e che in area italiana esistessero fino a pochi decenni fa riti di accoglienza dei defunti, dolci a forma d’osso, questue di bambini, zucche intagliate, cene e racconti terrificanti, «dalle Alpi alla Sicilia».
È un libro vero, di due studiosi veri, e non ho titolo per contestarlo — anche perché, lo dichiaro, non l’ho letto: ne conosco la tesi per via indiretta, e questo è un limite di queste righe.
Quello che posso dire riguarda l’uso che se ne fa. La tesi di Baldini e Bellosi è l’esistenza di un complesso rituale autunnale europeo, di cui l’Italia faceva parte. Non equivale all’affermazione che Halloween sia nato in Italia, e ancor meno all’affermazione che una specifica pratica sia attestata in una specifica valle. Eppure è da lì che discende, deformata di passaggio in passaggio, gran parte della retorica «Halloween ce l’avevamo già» che oggi si legge sui siti commerciali e nei comunicati. Un libro che dice «esisteva un complesso rituale europeo» viene citato per dire «la mia zucca di paese è medievale». È un errore di lettura, non una scoperta, e si ripete ogni ottobre.
Quando Halloween è arrivato davvero
Sulla cronologia esiste invece uno studio recente e collettivo: Laura Bonato e Lia Zola (a cura di), Halloween. La festa delle zucche vuote, FrancoAngeli, 2020, con casi studio su Calabria, Toscana e Sardegna e una base empirica in un questionario del 2019. Il quadro che ne esce: un ritorno in Europa nel secondo dopoguerra, una diffusione negli anni Novanta, e un radicamento che negli ultimi vent’anni passa soprattutto attraverso la scuola. Il capitolo toscano è di Fabio Mugnaini, dell’Università di Siena, e riguarda pratiche commemorative rurali: è la sola trattazione accademica esistente del nostro punto, e non sono riuscito a procurarmela. Va procurata.
Per dare una misura del fenomeno di oggi, i numeri che ho trovato vengono da un’analisi di un’associazione di categoria ripresa dalla stampa nazionale: oltre 300 milioni di euro di giro d’affari in Italia nel 2024, di cui 30 milioni la sola zucca e oltre 55 milioni le caramelle nel solo mese di ottobre. Nel 2020, con le chiusure, erano crollati a 177 milioni. Sono stime di parte interessata — un’associazione di commercianti ha interesse a che il numero sia grande — e vanno lette per quello che sono.
Che cosa resta
Non sto dicendo che i toscani non avessero usanze per i morti. Sarebbe una conclusione assurda: le avevano quasi tutti, in Europa, e non c’è ragione per cui qui no. I dolci esistono, si fanno, si vendono, e nessuno se li è inventati la settimana scorsa.
Sto dicendo una cosa più piccola e più scomoda: che nessuno le ha scritte quando si potevano ancora vedere, o che se qualcuno l’ha fatto quel testo oggi non circola più, e quindi tutto ciò che possiamo dire sulla loro antichità è congettura. Chi afferma che il pan co’ santi è medievale non ha un documento: ha un’abitudine.
La differenza fra le due cose non è pedanteria. Una tradizione documentata resiste a chi la strumentalizza, perché il documento sta lì e si può andare a leggere. Una tradizione soltanto asserita si piega a qualunque uso: la si allunga di qualche secolo per venderla ai turisti, la si accorcia per negarla, la si sposta di regione. È il documento che protegge la tradizione, non l’affetto che le si porta.
E se qualcuno ha in casa un libro, un quaderno di parroco, un ricettario di famiglia con una data, che attesti una di queste usanze prima del Novecento — me lo scriva. Sarei felice di dovere riscrivere questa pagina.
Le fonti liturgiche. E. Caspani, voce Defunti, Commemorazione dei, Enciclopedia Italiana, 1931 (che dà il 928 per Odilone, contro il 998 della letteratura corrente, e non registra alcuna usanza popolare).
Gli studi. L. Bonato, L. Zola (a cura di), Halloween. La festa delle zucche vuote, FrancoAngeli, 2020, con il capitolo toscano di F. Mugnaini (non consultato) · E. Baldini, G. Bellosi, Halloween. Nei giorni che i morti ritornano, Einaudi, 2006 (non consultato: la tesi mi è nota per via indiretta, ed è dichiarato nel testo) · F. Mugnaini, Al tempo delle feste. Etnografie del festivo in Toscana, Pacini, 2023.
Le raccolte da verificare. I. Nieri, Usanze tradizionali lucchesi e Superstizioni e pregiudizi lucchesi, oggi nella Raccolta Lucchese, Maria Pacini Fazzi, 2020 · G. Giannini, A. Parducci, Il popolo toscano, Milano, 1926.
Le fonti deboli, dichiarate come tali. Per pan co’ santi, ossi di morto, fave e seme dei morti: voce Dolci dei morti di Wikipedia in italiano, le cui note rinviano a blog gastronomici del 2014-2023, e la rete di portali di cucina e di viaggio che ne discende · per il ben di morti carrarese: articolo di memoria personale su testata locale toscana, 30 ottobre 2021, senza apparato · per la Versilia del 31 ottobre: portali commerciali di prenotazione.
Nota di metodo. Questo è un testo, non una scheda, e non porta un grado. Due dei libri che discuto — Baldini-Bellosi 2006 e il capitolo di Mugnaini in Bonato-Zola 2020 — non li ho letti, e dove li uso lo dico. Il giudizio sulla catena di copiatura riguarda la documentazione delle usanze, non le usanze: che il pan co’ santi si faccia è un fatto che chiunque può verificare entrando in un forno senese in ottobre.