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Testi · di Frater Custos · lettura di 10 minuti

I morti che portano i regali

In Sicilia, fino a pochi decenni fa, la mattina del 2 novembre i bambini cercavano per casa i doni che i defunti avevano nascosto nella notte. È la tradizione italiana dei morti: e non somiglia per niente a quella che si rivendica quando si dice che Halloween ce l’avevamo già.

La notte fra il primo e il 2 novembre i morti escono, entrano nelle case, e lasciano qualcosa ai bambini. Non fanno paura: fanno regali. E li nascondono, così la mattina bisogna cercarli — sotto il letto, dentro un armadio, in fondo a un cassetto. Chi si è comportato male, invece della sorpresa trova una grattugia, che serve ai morti per grattare i piedi.

Questa è la festa dei morti siciliana, e il documento di riferimento è Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, stampato a Palermo da Pedone Lauriel nel 1881, dodicesimo volume della sua Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Il corredo è quello che ancora oggi riempie le vetrine: le ossa di morto, i pupi di zuccaru dipinti, la frutta martorana, il cannistru di primizie, e la fiera dove si va a comprare tutto.

È una tradizione dove i morti sono familiari e benevoli. Non tornano per spaventare: tornano perché sono ancora di casa. È una differenza di temperatura che vale la pena tenere a mente per tutto il resto di questo testo.

La questua dei bambini, in Sardegna

In Sardegna la stessa data ha una forma diversa: i bambini girano di casa in casa e chiedono per i morti. I nomi cambiano di paese in paese — is animeddas, su mortu mortu, su prugadòriu, su peti coccone, li molti molti in Gallura, su pane ’e su tocu a Cuglieri — e si riceve pane, dolci di sapa, papassinus, noci, mandorle, uva passa. A volte, per scherzo, carbone.

La parte antropologicamente interessante è che i bambini fanno da intermediari: chiedono non per sé ma per conto dei defunti, esattamente come lo facevano poveri, becchini, campanari e sagrestani, che nelle stesse comunità ricevevano offerte in cambio di preghiere. E nella notte fra l’uno e il 2 si lascia la tavola imbandita, perché i morti trovino conforto nel profumo dei cibi che amavano.

Fin dove arriva la documentazione. Questa usanza la trovo attestata con sicurezza come pratica novecentesca e viva — il portale della Regione Sardegna la descrive, e le raccolte di testimonianze orali sono numerose. Quello che non ho trovato è un’attestazione a stampa ottocentesca della questua sarda del 1º-2 novembre. La bibliografia funeraria sarda dell’Ottocento esiste (Pau 1887, Nemi 1894, De Rosa 1900), ma non ho potuto leggerla, e nelle schede consultabili quella questua non compare. Chi scrive «tradizione millenaria» sta affermando, non documentando. Chi scrive «è l’Halloween sardo» sta facendo del giornalismo.

Napoli, e un culto che non è del 2 novembre

Al cimitero delle Fontanelle, nelle cave di tufo del vallone della Sanità, ci sono circa quarantamila resti: i morti della peste del 1656, poi le ossa tolte dalle chiese durante la bonifica del decennio francese, poi il colera degli anni Trenta dell’Ottocento. Nel marzo 1872 il canonico Gaetano Barbati li fa riordinare e apre l’ossario al pubblico.

Quello che nasce lì è il culto delle capuzzelle. Si adotta un cranio anonimo, lo si pulisce, gli si dà una teca, dei fiori, un lume: è il refrisco, il refrigerio. L’anima — una pezzentella, un’anima mendicante — appare in sogno, dice il proprio nome, e in cambio delle cure concede grazie, o i numeri del lotto. Se la grazia arriva, il teschio riceve una sistemazione migliore. Se non arriva, si cambia teschio. I devoti sono in grande maggioranza donne.

Nel 1969 il cardinale Corrado Ursi, arcivescovo di Napoli, giudica che la devozione sia degenerata in feticismo e la proibisce.

C’è però una cosa da dire, ed è quasi un paradosso. Il culto delle Fontanelle non è mai stato una consuetudine del 2 novembre: era quotidiano, continuo, feriale. Il legame con quella data è semmai successivo al divieto, perché fra le poche cose che il divieto lasciò in piedi c’era una processione annuale, il 2 novembre. La tradizione che oggi si cita come antichissima, in quel punto preciso, è stata modellata da un atto amministrativo del 1969.

Le fave, i Lemuria, e un salto di cinque mesi

Sui dolci dei morti si ripete dovunque la stessa spiegazione: le fave dei morti vengono dai riti funebri romani. Conviene separare due affermazioni che di solito viaggiano insieme.

La prima regge, e le fonti ci sono. Ovidio, nei Fasti, descrive i Lemuria: il padre di famiglia getta fave nere dietro le spalle per i lemures, dicendo «queste getto; con queste fave riscatto me e i miei» (V, 443). Plinio, nella Naturalis Historia, dice che le fave si usano nei sacrifici funebri perché vi sarebbero le anime dei morti. Diogene Laerzio riporta la stessa ragione per il divieto pitagorico. Il legame antico fava-morti è reale e citabile.

La seconda non regge. Che da quei riti discendano le fave dolci italiane di novembre non è documentato da nessuna fonte: è un’inferenza di studiosi del Novecento, plausibile quanto si vuole ma mai dimostrata. E c’è un dettaglio che i divulgatori non menzionano mai: i Lemuria cadevano il 9, l’11 e il 13 maggio. Per arrivare al 2 novembre bisogna spostarsi di cinque mesi, e nessuno spiega come.

L’unico appiglio d’archivio che ho trovato. La Fiera dei Morti di Perugia: l’archivio storico comunale registra un grande mercato già consuetudinario nel 1260, e lo statuto cittadino del 1279 ne ripartisce le aree per merce venduta. Riprende regolarmente dal 1530 dopo le interruzioni per peste, nel Seicento prende il nome di «Fiera dei Defunti», nell’Ottocento quello attuale. È il solo dato con un’àncora documentaria medievale di tutto questo dossier — ma va usato per quello che è: una fiera commerciale collocata su quella data, non la prova di una continuità rituale.

Le lumere, e da dove viene davvero la convinzione

E arriviamo alla cosa che si legge ogni ottobre: che in Italia si intagliavano zucche e rape con la faccia e la candela dentro molto prima che arrivasse Halloween. Anche noi le avevamo. Regioni, giornali e pagine social lo ripetono da anni.

Ho provato a risalire alla fonte, e la fonte c’è. È questa.

Nel dicembre 1998 il quotidiano La Padania, insieme a Radio Padania Libera, pubblica il risultato di una raccolta di testimonianze orali: segnalazioni da oltre cento località, dalla Valle d’Aosta al Friuli fino alla Toscana e al Canton Ticino, di lanterne ricavate da ortaggi svuotati e accese intorno al primo di novembre. I nomi locali raccolti sono numerosi e credibili: lümere in Lombardia, Emilia e Piemonte, lumazze nel Polesine e in Romagna, teste da mort nel Biellese, mortesecche nel Lucchese. Lo studio che accompagna la raccolta è di Gilberto Oneto, sui Quaderni Padani.

Quel materiale è poi stato ripreso, anni dopo, anche in comunicati istituzionali — fra cui uno della Regione Veneto — che lo presentano come un dato acquisito senza indicare alcuna fonte.

Ora: la memoria orale è reale, e non ho motivo di dubitare che molte di quelle persone ricordassero davvero le lanterne della loro infanzia. Ma come prova di un’usanza antica quel corpus ha quattro problemi, e vanno detti tutti e quattro.

Primo, la data della raccolta. È stata fatta nel 1998, cioè quando Halloween circolava già in Italia. Una raccolta di ricordi fatta dopo non può, da sola, escludere che il ricordo si sia riorganizzato intorno a un modello nuovo.

Secondo, la sede. È stata condotta da un organo di stampa di partito, dentro una polemica esplicita fra tradizione locale e importazione americana. Questo non rende falsa nessuna singola testimonianza: rende necessaria una verifica indipendente, che non c’è stata.

Terzo, l’assenza di documenti. Nessuno dei testi che ho letto cita una fonte ottocentesca. Chi ha condotto la raccolta dichiara esplicitamente di essersi limitato a riferire quello che aveva raccolto. E il riferimento bibliografico preciso dello studio sui Quaderni Padani — numero e anno — non sono riuscito a trovarlo.

Quarto, la citazione che gira e che non torna. Si attribuisce spesso ad Antonio De Nino, Usi e costumi abruzzesi (1879), la descrizione di ragazzi con zucche svuotate e lumini a Chieti e a Ortucchio. Non ho potuto confermarla nei volumi che sono riuscito a leggere — le letture erano troncate, quindi non è una smentita. Ma c’è un dettaglio interno alla citazione stessa: Ortucchio è legato alla vigilia di San Martino, l’11 novembre. Chi la usa per parlare della notte dei morti sposta la data di dieci giorni senza dirlo.

Conclusione, sulla documentazione a cui sono arrivato: non esiste un’attestazione etnografica italiana anteriore al Novecento di lanterne di ortaggio per i morti. Esiste un patrimonio reale di memoria orale novecentesca, raccolto una volta sola, in una sede di parte, e mai sottoposto a verifica. Sono due frasi diverse, e la seconda non autorizza la prima.

Che cosa resta, e che cosa non so

La cosa che mi ha colpito, mettendo in fila questo materiale, è che la polemica di ottobre è costruita sul terreno sbagliato.

Si discute se la zucca sia nostra o americana. Intanto la tradizione italiana documentata — quella con Pitrè dietro, con le fiere, con i dolci che hanno un nome in ogni regione — è un’altra cosa e sta altrove: sono i morti che entrano in casa e lasciano i regali ai bambini. È più antica delle lumere per quanto ne sappiamo, è meglio documentata, ed è parecchio più strana di qualunque zucca.

Chi difende «le nostre tradizioni» citando le lanterne sta difendendo il pezzo più fragile, e lasciando cadere quello solido.

Resta una domanda a cui non so rispondere, e non la chiudo. Quando è arrivato Halloween in Italia? Tutti scrivono «negli anni Novanta». Non ho trovato una sola prova datata e citabile — un dato di mercato, un’indagine, un archivio di stampa — a sostegno di quella frase, che è universale nella divulgazione italiana e universalmente priva di fonte. E non ho trovato nessuno studio che documenti se Halloween abbia davvero sostituito le usanze locali, o se quelle usanze fossero già in ritirata per conto loro, come parecchie altre cose del mondo contadino.

Il che, a pensarci, è il dato più istruttivo di tutti: della trasformazione culturale che tutti commentano ogni anno, nessuno ha tenuto il registro.

Le schede. Donni di fora · Mammadraga · Erchitu · Ammuntadore · Janas · Munaciello · Monachicchio. E il testo gemello di questo: Chi ha inventato Samhain.

Le fonti etnografiche. G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo, Pedone Lauriel, 1881 (vol. XII della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, 475 pp.) · G. Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, 4 voll., 1889 · A. Cattabiani, Calendario, Milano, Rusconi, 1989, pp. 269-272 · A. Fornari, «Le feste dell’anno», in Cultura contadina in Toscana, vol. II, Firenze, Bonechi, 1989, p. 279 · O. Sorgi, «Il dialogo con i morti a Napoli», Dialoghi Mediterranei, n. 56, 1º luglio 2022 · SardegnaCultura, Regione Autonoma della Sardegna, «Il “ritorno” autunnale dei defunti».

Le fonti antiche sulle fave. Ovidio, Fasti, V, 419-444, in particolare v. 443 · Plinio, Naturalis Historia, libro XVIII · Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VIII, 1.

Perugia. Comune di Perugia, La Fiera dei Morti. Appunti e materiali per una ricerca storica, 1979 · La fiera dei morti di Perugia. Lineamenti storici di un’antica tradizione perugina, a cura di M. Roncetti, 1980.

Il corpus delle lumere. P. Mazzocchi, «La Notte delle Lumere», La Padania, dicembre 1998 · G. Oneto, studio sui Quaderni Padani (riferimento bibliografico preciso non reperito).

Quello che non ho verificato, e lo dichiaro. Non ho letto il capitolo di Pitrè sui Morti: ho verificato l’opera, il volume, l’editore, l’anno e la paginazione complessiva sui cataloghi, e ho individuato la collocazione del capitolo, ma le digitalizzazioni raggiungibili erano bloccate o troncate. Per questo non do numeri di pagina. Non ho potuto leggere le fonti funerarie sarde dell’Ottocento, né confermare l’attribuzione a De Nino delle zucche abruzzesi. Il divieto delle Fontanelle: l’anno (1969) e l’autorità (il card. Ursi) reggono su fonti concordi, ma nessuno di noi ha visto il documento, e la data precisa e l’organo che circolano online sono con ogni probabilità sbagliati. La data del 998 per Odilone di Cluny non l’ho controllata su un’edizione primaria.

Nota di metodo. Questo è un testo, non una scheda, e non porta un grado. Sulle lumere ho riportato la provenienza del materiale perché serve a pesarlo, come si fa con qualunque fonte: un dato raccolto da una parte interessata, e mai verificato altrove, vale meno di un dato raccolto due volte. Non c’è nessun altro giudizio in quelle righe, e questo atlante non ne dà.