Strigoi
Romania
Oltenia; Marotinu de Sus, dove il rito è stato eseguito nel gennaio 2004
- Varianti e nomi
- romeno strigoi, femminile strigoaică, dal latino striga — la stessa radice della nostra «strega» — con il suffisso accrescitivo -oi, e una contaminazione popolare con a striga, «gridare». Vicini ma distinti: il moroi, che è variante regionale più che funzionale; il pricolici, il morto che torna in forma di lupo; il vârcolac, che nella tradizione divora la luna durante le eclissi e solo di rimbalzo è diventato licantropo. Non sono sinonimi, malgrado la rete.
- Che cosa raccontano
- Ci sono due strigoi. Lo strigoi viu è un vivente la cui anima esce di notte; lo strigoi mort è il cadavere che torna. Il contadino li tiene insieme, e ha le sue ragioni. Si diventa strigoi per nascita — nati con la camicia, căiță; settimo figlio dello stesso sesso — o per accidente: un gatto che salta sulla bara, un uomo che scavalca il morto, un'ombra che vi cade sopra, la morte senza confessione, il suicidio. Il vivo toglie il mana, la virtù, al latte, al grano, al pane, alle api. Il morto fa una cosa peggiore: consuma i parenti, uno dopo l'altro. Sulla tomba la terra è smossa; aperta la bara, il corpo è rosso in viso, rannicchiato in un angolo, con la bocca insanguinata.
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- È l'unica risposta possibile a una domanda insopportabile: perché in questa casa muoiono tutti, e nella casa accanto no. Il rito che ne segue non è un atto di crudeltà verso il defunto ma una terapia per i vivi, ed è organizzato come tale: il cuore, il fuoco, la cenere, l'acqua, il malato che beve.
- Dove è attestato
- Le raccolte fondanti sono romene: Simion Florea Marian, Înmormântarea la români. Studiu etnografic, 1892; Elena Niculiță-Voronca, Datinile și credințele poporului român, Cernăuți 1903; Artur Gorovei, Credinți și superstiții ale poporului român, 1915; Tudor Pamfile, Mitologie românească I: Dușmani și prieteni ai omului, Academia Română, 1916. In inglese la fonte che regge tutto è Agnes Murgoci, «The Vampire in Roumania», Folklore 37, 4 (31 dicembre 1926), pp. 320-349, che elenca le varianti regionali con i nomi dei villaggi: aghi nel cuore a Vâlcea, forche di ferro e risepoltura a faccia in giù a Zărnești, casi nominativi a Cușmir e Văguilești nel Mehedinți e ad Afumați nel Dolj. Prima di lei, Emily Gerard, «Transylvanian Superstitions», The Nineteenth Century, 1885, poi confluito in The Land Beyond the Forest, 1888: è il testo che Bram Stoker lesse.
- Attenzione
- Grado A, e con una densità documentaria rara: quattro raccolte etnografiche fra il 1892 e il 1916, un articolo su Folklore del 1926, e — cosa che nessun'altra voce di questo atlante ha — un fascicolo giudiziario del 2004.
Da correggere: «nosferatu» non è romeno. Non esiste in nessuna fase documentata della lingua. Le etimologie proposte — dal greco nosophoros, «portatore di morbo», o dal romeno necurat, «l'immondo», o da nesuferit — sono tutte congetturali, e quella greca è stata contestata come priva di base lessicografica. È con ogni probabilità un errore di trascrizione di Emily Gerard, o una fonte orale mal intesa, che Stoker ha canonizzato. Chi ve la vende come parola antica non ha controllato.
Due precisazioni minori. L'autore del 1892 è Simion Florea Marian, non Simeon. E il villaggio di Marotinu de Sus appartiene alla comuna di Celaru, non ad Amărăștii de Jos, come si legge in giro.
Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.