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B — parzialmente documentato

Witte wieven

Paesi Bassi
Drenthe, Overijssel (Twente e Salland) e Gelderland (Achterhoek, Veluwe); paralleli nella Germania settentrionale

Witte wieven — figure femminili biancastre che compaiono al crepuscolo presso tumuli funerari, stagni e boschi, spesso indistinguibili dalla nebbia che sale — in molte versioni sono fatte di nebbia.

Incisione al crepuscolo su una brughiera olandese: da un tumulo funerario di terra erbosa si levano tre figure femminili biancastre formate dalla nebbia; nel fianco del tumulo resta piantato uno spiedo di ferro, e un contadino fugge voltandosi a guardare, con il cappello caduto a terra.
Varianti e nomi
witte wieven, «donne bianche» in basso sassone olandese. Da distinguere dalle witte juffers, che compaiono presso castelli e crocevia e sono le sole descritte come anime in pena. Paralleli tedeschi: weiße Frauen, in basso tedesco witte Wiwer, e in Germania nord-occidentale Sibyllen. Toponimi: Witte wievenkuil presso Markelo, Wittewievenpoel presso Garderen.
Che cosa raccontano
Figure femminili biancastre che compaiono al crepuscolo presso tumuli funerari, stagni e boschi, spesso indistinguibili dalla nebbia che sale — in molte versioni sono fatte di nebbia. Nel 1660 Johan Picardt le descrive in termini favorevoli: assistevano le partorienti, predicevano il futuro, indicavano tesori nascosti, ed erano venerate «come qualcosa di divino». Il gesto rituale che le riguarda non è un’offerta ma una sfida: si conficcava uno spiedo da arrosto nel fianco del tumulo gridando «Witte wieven wit, hier breng ik oe het spit, zie moar dat je het gebroad erbie kriegt» — donne bianche bianche, ecco lo spiedo, l’arrosto procuratevelo voi — e poi si scappava, perché inseguivano.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Sono la forma che prende, in una pianura senza rilievi, il punto in cui il paesaggio smette di essere leggibile: la nebbia bassa sulla brughiera al tramonto, quando le distanze si annullano e i tumuli sembrano muoversi. La sfida con lo spiedo è la controprova che non si tratta di devozione ma di gioco pericoloso: è un rito di coraggio maschile, spesso legato agli inviti di nozze, dove il rischio è precisamente lo scopo.
Dove è attestato
Johan Picardt, Korte Beschryvinge van eenige Vergetene en Verborgene Antiquiteten, 1660 — la fonte cardine, che riferisce che gli abitanti raccontavano di witte wieven abitanti dei tumuli, e che vi si conducevano le partorienti; il volume contiene un’incisione coeva. Prima ancora, Cornelius Kempius, De origine… Frisiae, 1588. Balthasar Bekker, De betoverde weereld, 1691, discute la credenza e propone l’etimologia «donne sagge». Jacob Grimm, Deutsche Mythologie, 1835, registra il fenomeno per Frisia, Drenthe e Paesi Bassi. Studi: W. de Blécourt, R. A. Koman, J. van der Kooi, T. Meder, Verhalen van stad en streek, Amsterdam 2010; Volksverhalenbank del Meertens Instituut (oltre duecento saghe); A. Idzinga, Nevel, boswezen, of dwalende ziel?, in «Neerlandistiek», 2024.
Attenzione
Quattro cose che si leggono ovunque e non reggono. Il legame con gli hunebedden, i dolmen megalitici, non è antico: nella fonte del 1660 quei monumenti sono attribuiti ai giganti, e le witte wieven stanno nei tumuli di terra. L’equazione con i dolmen, oggi onnipresente nella promozione turistica della Drenthe, è uno slittamento posteriore. Il cibo lasciato in offerta sulle pietre non è documentato: documentata è la sfida con lo spiedo, che è l’opposto. L’origine «precristiana» o «del VII secolo», ripetuta da Wikipedia in poi, non ha alcuna attestazione: la più antica solida è del 1660. E l’etimologia wit = «che sa» è un’ipotesi di Bekker del 1691, non una lettura filologica moderna: nelle lingue confinanti — dames blanches, weiße Frauen, white ladies — il termine indica il colore. Va aggiunto un avvertimento sulla catena di trasmissione: le raccolte novecentesche più citate, i sagenboeken di J. R. W. Sinninghe, sono state oggetto di una critica metodologica severa di Willem de Blécourt («Volkskundig Bulletin» 7, 1981), che ha mostrato come molte narrazioni provengano da pubblicazioni precedenti e non dal campo.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

Affini per tema

Voci che condividono il motivo, il fenomeno alla base o la storia della raccolta — non la geografia.

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