Àbíkú
Nigeria
Area yoruba della Nigeria sudoccidentale; prima documentazione dalla stazione missionaria di Abeokuta
- Varianti e nomi
- yoruba àbíkú, segmentato à-bí-kú, «nato per morire» (bí nascere, kú morire); l'etimologia alternativa proposta nell'Ottocento lo faceva derivare da abi «che possiede» e ikú «morte». Igbo ọgbanje, «che va e viene». Il complesso ricorre in tutta l'Africa occidentale — aree ewe-fon, akan, voltaiche — con lessici propri
- Che cosa raccontano
- Un bambino che appartiene a una compagnia di spiriti con cui ha stretto un patto di ritorno anticipato: muore piccolo e rientra nello stesso grembo, per morire di nuovo. La famiglia risponde con nomi che sono contratti pubblici — Málọmọ «non andartene più», Kòkúmọ́ «questo non morirà più», Dúrójaiyé «resta e goditi la vita», Bánjókó «siediti con me», Kòsókó «non c'è zappa», cioè non c'è nemmeno l'attrezzo per scavarti la fossa. Alla morte non si fa funerale, e il corpo viene marcato o mutilato: se il segno riapparirà come voglia sulla pelle del prossimo nato, sarà lui, ed è tornato. La marcatura non è crudeltà: è un criterio di riconoscimento.
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- Dà un nome a un lutto che si ripete, sposta la responsabilità dalla madre allo spirito, e fornisce un protocollo con tanto di verifica. È insieme una diagnosi popolare del bambino cronicamente malato e una struttura sociale per famiglie che seppellivano molti figli.
- Dove è attestato
- Il termine entra nella lessicografia missionaria con Samuel Àjàyí Crowther, A Vocabulary of the Yoruba Language, 1843, edizione ampliata 1852. La prima descrizione etnografica estesa è A. B. Ellis, The Yoruba-Speaking Peoples of the Slave Coast of West Africa, 1894, capitolo VI, che registra l'etimologia, gli anelli di ferro e i campanelli alle caviglie, le incisioni sul corpo del vivo riempite di pepe per far soffrire lo spirito ospite, e la marcatura del cadavere. Studi moderni: Timothy Mobolade, African Arts, 1973; Chukwudi Maduka, 1987; Sunday Ilechukwu, 2007. In letteratura: J. P. Clark, Abiku, 1965; Wole Soyinka, Abiku, in Idanre and Other Poems, 1967; Chinua Achebe, Things Fall Apart, 1958, per l'ogbanje e per la pietra iyi-uwa; Ben Okri, The Famished Road, Booker Prize 1991.
- Attenzione
- L'equazione corrente fra àbíkú e ọgbanje è comoda e imprecisa, ed è in parte un artefatto della mediazione anglofona: l'àbíkú è centrato sul bambino che muore, mentre l'ọgbanje si estende ad adulti — spesso donne — che sopravvivono portando aborti e sterilità, e possiede un dispositivo materiale, l'iyi-uwa, la pietra sepolta che àncora lo spirito al mondo e che il guaritore fa dissotterrare al bambino stesso: cosa che in area yoruba non c'è. Ellis, va detto, era un ufficiale coloniale e scriveva di «superstizioni», ma i dettagli che riporta coincidono con la ricerca successiva. Altre due correzioni: l'àbíkú non è un changeling, perché non sostituisce un altro bambino — è quel bambino, e il calco europeo è dei traduttori; e non è folklore estinto, ma categoria attiva, oggi rinegoziata fra chiese pentecostali e ambulatori. Okri, infine, rielabora: non è una fonte etnografica.
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