Alkarısı
Turchia
Anatolia; Yahnikapan, Eskişehir, dove un «focolare» di guarigione è stato documentato sul campo fino al 2022
- Varianti e nomi
- turco Alkarısı, Albastı, Al Anası, Al Kızı; in azero Hal anası. Nel resto del mondo turco: albastı in kazako, uzbeko, tataro; albarstı in kirghiso e turkmeno; almastı presso i caraciai-balcari. Il secondo elemento è pacifico — bas-tı, «ha premuto», da cui il demone che schiaccia. Sul primo, no.
- Che cosa raccontano
- Aggredisce la loğusa, la donna nei quaranta giorni dopo il parto. Le strappa il fegato — nelle varianti dell'Asia centrale i polmoni — e corre verso l'acqua: quando l'organo tocca l'acqua corrente, la donna muore. È alta, coi capelli lunghi e arruffati, i seni enormi gettati dietro le spalle, le unghie lunghe, i denti da cavallo, e in certe descrizioni i piedi girati all'indietro. Le difese sono tutte oggetti di casa: l'ago o lo spillo nel colletto e nel cuscino, il ferro, il coltello, l'aglio e la cipolla, il pane, la scopa, il Corano al capezzale, un nastro rosso sulla puerpera, la luce accesa e la veglia continua per quaranta giorni. E c'è il motivo migliore: chi le conficca un ago se la tiene in casa come serva, e la perde nell'istante in cui l'ago viene tolto.
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- Dà un nome e una faccia a una morte che arrivava fulminea in una donna sana. Non è una spiegazione della sofferenza in generale: è la spiegazione di quella settimana, la prima dopo il parto, e organizza intorno alla puerpera un dispositivo di sorveglianza ininterrotta.
- Dove è attestato
- La sintesi più solida sul nome e sulla figura è Edina Dallos, «Albasty: A Female Demon of Turkic Peoples», Acta Ethnographica Hungarica 64, 2 (2019), pp. 413-423, ad accesso aperto. Per il versante anatolico: Abdülkadir İnan, Tarihte ve Bugün Şamanizm, Türk Tarih Kurumu, 1954, e la voce «Alkarısı» di Abdurrahman Küçük nella Türkiye Diyanet Vakfı İslâm Ansiklopedisi, vol. 2, 1989, p. 469, che la definisce senza giri di parole la causa attribuita alla lohusa humması, la febbre puerperale. La credenza è stata documentata sul campo di recente e più volte: Sivas, 114 informatori raccolti fra il 2014 e il 2017; Ağrı, 2016; Eskişehir, campagna 2020-2022; valle del Kelkit e Isparta, 2025.
- Attenzione
- Grado A: enciclopedia scientifica, articolo in rivista di etnografia sottoposta a revisione, e — cosa che qui pesa più di tutto — cinque ricerche sul campo pubblicate fra il 2016 e il 2025. Non è materiale d'archivio: è una credenza che qualcuno è andato a verificare di persona negli ultimi dieci anni.
Quel che non è dimostrato è l'etimologia. Che al voglia dire «rosso» è ipotesi, non fatto. Dallos elenca quattro proposte concorrenti e mostra che la più popolare zoppica: nei testi mitici l'albastı è gialla o nera, non rossa. Le altre chiamano in causa un concetto iranico, o l'antico turco alp nel senso di «pesante, pericoloso». Il «rosso» è probabilmente etimologia popolare, rinforzata a posteriori dal nastro rosso del rituale.
Non ho confermato, e quindi non affermo: un passo sull'albastı in Radloff, una voce «Albasti» nell'Encyclopaedia of Islam, una trattazione in Jean-Paul Roux, né le pagine di Boratav che vengono spesso citate.
Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.