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A — documentato

Bestia del Gévaudan

Francia
Margeride, fra Gévaudan e Alvernia meridionale (Lozère, Alta Loira, Cantal), con l'esordio in Vivarais

Varianti e nomi
la Bête, la bette féroce nell'atto di sepoltura del 1° luglio 1764, le monstre; occitano moderno la Bèstia de Gavaudan. La formula «Bestia del Gévaudan» si fissa attraverso la stampa nel corso del 1765: è un'etichetta giornalistica, non un nome locale
Che cosa raccontano
Fra il giugno 1764 e il giugno 1767, sull'altopiano della Margeride, un animale — o più d'uno — uccide decine di persone, in larghissima maggioranza donne, ragazze e bambini sorpresi soli al pascolo. Nei racconti coevi è più grande di un lupo, con il petto largo, il pelo rossastro e una striscia scura sul dorso, capace di alzarsi sulle zampe posteriori. Luigi XV manda prima i dragoni del capitano Duhamel, poi il luparo normanno d'Enneval, infine il proprio porta-archibugio François Antoine, che il 20 settembre 1765 abbatte il grosso «lupo delle Chazes» e lo porta imbalsamato a Versailles. Gli attacchi riprendono in dicembre. Finiscono il 19 giugno 1767, quando Jean Chastel abbatte un grande canide durante una battuta del marchese d'Apcher al Mont Mouchet.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
La «Bestia» al singolare, mostruosa e nominata, dà un volto unico a una mortalità diffusa e strutturale: la predazione lupina su pastori bambini era un fatto ordinario della Francia rurale, e proprio per questo invisibile. Trasformarla in un mostro permette alla comunità di ottenere truppe, taglie ed esenzioni, alla monarchia di mettere in scena la protezione dei sudditi, e al vescovo di Mende di iscrivere la vicenda nello schema del flagello divino e della penitenza collettiva. È il meccanismo per cui un rischio quotidiano diventa raccontabile solo quando smette di sembrare quotidiano.
Dove è attestato
Registri parrocchiali di sepoltura conservati agli Archives départementales della Lozère, dell'Alta Loira, del Cantal e dell'Ardèche — l'atto della prima vittima, Jeanne Boulet, quattordici anni, è del 1° luglio 1764 e la dice uccisa «par la bette féroce»; corrispondenza degli intendenti e carte del ministero; procès-verbal dell'abbattimento del settembre 1765 e rapporto d'autopsia del chirurgo Marin, 20 giugno 1767; mandement del vescovo di Mende, 1° gennaio 1765; stampa periodica coeva, dalla Gazette de France al Courrier d'Avignon. Studi: Jean-Marc Moriceau, Histoire du méchant loup, Fayard, 2007, e i suoi lavori sulla predazione lupina; Jay M. Smith, Monsters of the Gévaudan, Harvard University Press, 2011.
Attenzione
È il caso opposto a quasi tutto il resto dell'atlante: non una tradizione orale raccolta tardi, ma un evento sovradocumentato dall'amministrazione mentre accadeva. Il grado A riguarda i fatti; la vulgata che li avvolge è novecentesca e di grado ben più basso. Le cifre variano — circa 80 morti secondo il conteggio restrittivo sui documenti ufficiali, un centinaio o più con criteri più larghi, circa 230 sommando feriti e sopravvissuti — perché i conteggi misurano cose diverse, perché nulla prova che ogni vittima censita sia attribuibile alla stessa causa, e perché dopo il settembre 1765 il potere reale ha interesse a non parlarne più: il 1766 è l'anno peggio documentato, e gli attacchi continuavano. Da correggere: la pallottola d'argento non compare in nessuna fonte del 1767 — nasce in un romanzo di Élie Berthet del 1858 e prende la forma nota con Henri Pourrat nel 1946; Chastel non fu ricompensato dal re ma ricevette 72 lire dalla diocesi, e la sua famiglia reclamava ancora il saldo nel 1793; la prima vittima non fu uccisa in Gévaudan ma in Vivarais.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

Nello stesso Stato

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