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B — parzialmente documentato

Popobawa

Tanzania
Arcipelago di Zanzibar: isola di Pemba, dove i panici sembrano originarsi, e isola di Unguja; nel 1995 il panico si estese alla costa continentale

Popobawa — popobawa attacca di notte, a volte accompagnato da un odore sulfureo.

Incisione a Stone Town, Zanzibar, nell'ultima ora prima dell'alba: un vicolo di case in pietra corallina con le porte intagliate e i balconi di legno. Davanti alle soglie, una decina di persone avvolte nei teli siede per terra e su sgabelli bassi, sveglia; un uomo anziano con il copricapo ricamato parla tendendo la mano aperta, e gli altri lo ascoltano. Una sola lampada a cherosene posata sul selciato fa luce. In fondo al vicolo si vede una striscia di cielo che schiarisce.
Varianti e nomi
Swahili popo «pipistrello» + bawa «ala»: «ala di pipistrello». Ma l’etimologia va letta come la legge Martin Walsh: il nome descrive l’ombra scura proiettata di notte, non la forma dell’entità, che è mutaforma e «appare in forme e dimensioni diverse».
Che cosa raccontano
Popobawa attacca di notte, a volte accompagnato da un odore sulfureo. Gli attacchi comprendono aggressione fisica e fenomeni da poltergeist, ma l’elemento più temuto e più costante è la sodomizzazione di uomini e donne. E c’è una seconda clausola, che è il vero motore del fenomeno: la vittima deve poi dirlo pubblicamente ai vicini, altrimenti sarà attaccata di nuovo. Subire e dover parlare. La cronologia dei panici, ricostruita da Walsh: un primo episodio fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta a Pemba; il grande panico febbraio-maggio 1995, che comincia nel sud-ovest di Pemba durante il Ramadan, raggiunge Zanzibar Town a fine marzo e in aprile-maggio arriva a Dar es Salaam e Tanga; poi episodi minori nell’ottobre 2000, nel luglio 2001 e nel febbraio-marzo 2007. Nel 1995 Walsh accerta tre linciaggi su Unguja: a Mti Pepo, Zanzibar Town, il 3 aprile, un uomo del continente, malato mentale, picchiato a morte dalla folla; a Bumbwini, a metà aprile, uno sconosciuto morto per le ferite durante il trasporto in ospedale; a Nungwi, il 28 aprile, un giovane originario del Rufiji picchiato gravemente. Il corpo della prima vittima, esposto all’obitorio dell’ospedale Mnazi Mmoja, richiamò una folla enorme convinta che Popobawa fosse stato ucciso — finché la televisione non annunciò che si trattava di un paziente psichiatrico venuto a curarsi. Quella notte stessa gli attacchi continuarono.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
La tesi centrale di Katrina Daly Thompson è che l’oggetto da studiare non sia la credenza ma il discorso: parlare di Popobawa è uno strumento che i parlanti swahili usano per fini propri — aggirare la segregazione di genere, alludere all’omosessualità, discutere la sessualità femminile. La costrizione narrativa — devi raccontarlo, altrimenti torna — è precisamente il dispositivo che rende dicibile in pubblico un contenuto altrimenti intrattabile. Thompson lo accosta ad altre pratiche discorsive costiere, come i kanga, i teli stampati con proverbi con cui le donne musulmane della costa veicolano critiche senza violare l’ideale della donna silenziosa. La seconda funzione è documentata dai fatti del 1995: le vittime dei linciaggi condividevano un profilo — estraneità, malattia mentale, aspetto insolito, possesso di amuleti, e in tutti e tre i casi origine continentale. In una società insulare sotto tensione elettorale e con la memoria della violenza del 1964, il forestiero del continente è il bersaglio disponibile. Per contrasto è notevole che le comunità con pratica spiritica più forte abbiano opposto resistenza collettiva al panico: a Kojani, a Pemba, sapevano già come si tratta un’intrusione, e la trattarono.
Dove è attestato
Katrina Daly Thompson, Popobawa. Tanzanian Talk, Global Misreadings, Indiana University Press, 2017, xii+226 pp., ISBN 978-0-253-02456-5. Dichiarazione esplicita: non ho aperto il volume. Quanto qui attribuito a Thompson è ricostruito dalla descrizione dell’editore, dall’indice paginato e da due recensioni firmate — Amy Nichols-Belo in African Studies Review 60/3, dicembre 2017, e Winifred Lambrecht in Journal of Folklore Research Reviews, 20 giugno 2018 — entrambe consultate. Della stessa autrice: «Swahili talk about supernatural sodomy», in Critical Discourse Studies 11/1, 2014, pp. 71-94, DOI 10.1080/17405904.2013.836115 — non consultato. Martin T. Walsh, «The politicisation of Popobawa: changing explanations of a collective panic in Zanzibar», in Journal of Humanities 1/1, 2009, pp. 23-33 — consultato; dello stesso, le relazioni «Killing Popobawa: collective panic and violence in Zanzibar» (African Studies Association, Indianapolis, 20-23 novembre 2014) ed «Explaining Popobawa» (Centre of African Studies, Edimburgo, 3 febbraio 2010), entrambe consultate, entrambe relazioni congressuali, non articoli peer-reviewed. Testimonianza contemporanea: Henriette Jansen, «Popobawa is dead!», in Tanzanian Affairs 53, 1996 — osservazioni datate 4 aprile-4 maggio 1995 di chi lavorava al Ministero della Salute di Zanzibar; consultata. Copertura giornalistica datata: The Guardian, 2 ottobre 1995; BBC News, 19 luglio 2001 e 21 febbraio 2007; The Economist, 13 dicembre 2003.
Attenzione
Popobawa non è folklore antico. Nessuna fonte accademica lo attesta prima degli anni Sessanta: è un fenomeno documentabile del secondo Novecento post-rivoluzionario. E la data «1965», che circola ovunque come se fosse precisa, non è sostenuta dalla cronologia di Walsh, che dà un intervallo — «fine anni Sessanta / primi anni Settanta». Anche «1970» va usato con cautela: è una precisione fabbricata a valle.

Il legame con il calendario elettorale non regge, e lo smonta Walsh. Il panico del 1995 esplose sei mesi prima delle elezioni di ottobre; le elezioni del 2005 non produssero alcun episodio; il 2000 e il 2001 si allineano solo debolmente; il 2007 non ha nesso elettorale chiaro. La spiegazione politica emerse nel corso del panico del 1995 come interpretazione locale, soprattutto fra i sostenitori dell’opposizione — inizialmente le spiegazioni non erano politiche affatto: spiriti familiari trascurati, la vendetta di uno stregone respinto, uno spirito-madre in un episodio di balena. La politicizzazione è un esito del processo, non la sua causa.

E poi c’è la questione che dà il sottotitolo al libro di Thompson, Global Misreadings. L’iconografia del «pipistrello gigante con un occhio solo» è un prodotto dei media occidentali e delle enciclopedie di criptozoologia: il nome descrive l’ombra, l’entità è mutaforma, e fissarla in una creatura dall’aspetto stabile è già il fraintendimento. «Gli occidentali scettici spiegano, gli zanzibarini credono» è esattamente la dicotomia che Thompson attacca — e le battute globali deridono le credenze africane, mentre il motteggio locale apre spazi per discutere temi tabù: la stessa risata fa due lavori opposti nei due contesti. «È solo paralisi del sonno» è una delle spiegazioni in campo, mai la soluzione: non spiega perché il contenuto sia specificamente la sodomia, né perché imponga la narrazione pubblica obbligatoria. E «è l’incubus africano», «è il vampiro locale» sono etichette importate: Popobawa non beve sangue e non è un morto che ritorna.

Una riserva di metodo che va dichiarata: le posizioni di Thompson qui riportate non vengono dal suo testo, che non ho letto, ma da editore, indice e due recensioni firmate. Questa scheda resta a B anche per questo.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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Voci che condividono il motivo, il fenomeno alla base o la storia della raccolta — non la geografia.

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