Buda
Etiopia
Altopiano amhara, Gondar; una credenza che è soprattutto un'accusa
- Varianti e nomi
- amarico ቡዳ buda — la parola indica insieme la facoltà e chi la possiede. Il sinonimo che conta è ጠቢብ ṭäbib, «sapiente, abile, artigiano»: la stessa parola che dice «bravo con le mani» dice «pericoloso». Compaiono composti con ayn, «occhio», per il potere di maledire, e qalb, il desiderio interiore che spingerebbe il buda ad agire a sua insaputa. Le forme qoraté e wodde qolla circolano in rete senza fonte: non le ho potute verificare.
- Che cosa raccontano
- Chi è buda ha il malocchio e può farsi iena. Nella descrizione raccolta fra gli amhara si rotola nella cenere del focolare, esce in forma di iena, fissa la vittima e torna uomo ad aspettare che quella si consumi. Malocchio e licantropia non sono due credenze diverse: sono lo stesso complesso, documentato insieme. Ciò che ne fa qualcosa di più di un racconto è che il buda non è chiunque: è una categoria di persone. Fabbri, vasai, conciatori, tessitori — mestieri di caste endogame, senza terra, in una società agraria dove la terra è tutto. E, sopra tutti, i Beta Israel, gli ebrei d'Etiopia, che quei mestieri esercitavano.
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- È una macchina di esclusione con una copertura soprannaturale. Spiega la malattia e la disgrazia, sì; ma soprattutto tiene un gruppo produttivo dentro un recinto: si compra da lui, non si mangia con lui, non ci si imparenta. La lettura simbolica — l'uomo che trasforma il metallo nel fuoco esercita un potere anomalo, dunque sospetto — è stata proposta ed è convincente, ma viene dopo il fatto sociale, non prima.
- Dove è attestato
- La descrizione di riferimento è Ronald A. Reminick, «The Evil Eye Belief Among the Amhara of Ethiopia», Ethnology 13, 3 (1974), pp. 279-291, che registra anche le quattro procedure di diagnosi e cura del debtera, il chierico non ordinato: acqua benedetta e fumo di radici; il bracciale d'argento scaldato applicato al volto perché la cicatrice passi all'aggressore; il pollice sinistro legato e il fumo di sterco, finché il malato parla con la voce di chi l'ha colpito; il confronto con capelli e vesti del sospetto. Il libro centrale è Hagar Salamon, The Hyena People: Ethiopian Jews in Christian Ethiopia, University of California Press, 1999, costruito su oltre cento interviste. Per i rotoli-amuleto: Marcel Griaule, Le livre de recettes d'un dabtara abyssin, Institut d'ethnologie, 1930, e Jacques Mercier, Ethiopian Magic Scrolls, 1979. Sul versante zar: Simon D. Messing, 1958, e Joseph Tubiana, «Zar and buda in northern Ethiopia», 1991.
- Attenzione
- Grado A senza riserve sul nucleo: articolo in rivista di antropologia sottoposta a revisione, monografia universitaria, raccolta etnografica del 1930. Le riserve sono altrove.
Non ho potuto confermare che la credenza compaia nei viaggiatori ottocenteschi cui viene spesso attribuita — Bruce 1790, Salt, Parkyns 1853, Plowden, Pearce: i libri esistono, che contengano il buda non l'ho verificato e non lo affermo. Non ho confermato il termine ye-buda zar, che pure circola. E l'idea che malocchio e licantropia siano due strati storici sovrapposti — mediterraneo l'uno, africano l'altro — è una lettura elegante che non ho trovato dimostrata da nessuno: la lascio fuori.
Una precisazione che qui non è formale. Questa scheda descrive una struttura di accusa, non una proprietà delle persone accusate. Nulla di ciò che la credenza attribuisce ai Beta Israel o agli artigiani etiopi è riportato qui come fatto. Il fatto è l'accusa.
Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.