ʿIfrīt
Egitto
Egitto urbano e rurale; documentazione etnografica raccolta al Cairo negli anni Trenta dell'Ottocento
- Varianti e nomi
- arabo classico ʿifrīt (عِفْرِيت), plurale ʿafārīt, femminile ʿifrīta; arabo egiziano corrente ʿafrīt. Traslitterazioni ottocentesche 'efreet, afreet. La radice araba vale «rotolare nella polvere», con valore di astuto e forte
- Che cosa raccontano
- Nell'uso egiziano moderno l'ʿafrīt è il fantasma, lo spirito di un morto — e quello pericoloso è lo spirito di chi è stato ucciso. Chi muore di morte naturale non ne genera uno attivo; l'ʿifrīt si forma sul sangue della vittima, resta legato al luogo del delitto, spaventa, uccide, cerca vendetta sull'omicida. Il rimedio attestato è piantare un chiodo nuovo, mai usato prima, nella macchia di sangue: così l'ʿifrīt non si forma. Martiri, santi e profeti non ne lasciano.
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- Il dispositivo lega la morte violenta a un luogo e a un obbligo di azione: marca fisicamente la scena del delitto, impone una precauzione visibile a tutti e crea pressione sociale sull'omicida, in contesti dove l'omicidio è spesso questione di faida familiare. Il chiodo di ferro appartiene poi a una logica più larga: il ferro contro i jinn ricorre in tutto il Mediterraneo islamico.
- Dove è attestato
- L'occorrenza coranica è in 27:39 (an-Naml): davanti a Salomone «un ʿifrīt fra i jinn» si offre di portargli il trono della regina di Saba prima che lui si alzi dal suo posto, e viene battuto da chi «aveva conoscenza della Scrittura». È l'unica occorrenza della radice in tutto il Corano: la parola è un hapax, e vi funziona come epiteto di potenza, non come nome di specie. Il primo resoconto etnografico sistematico su jinn e ʿafārīt nell'Egitto ottomano è Edward William Lane, An Account of the Manners and Customs of the Modern Egyptians, Londra 1836, dai rilevamenti al Cairo del 1833-35; la tassonomia dei jinn in cinque classi crescenti — jānn, jinn, shayāṭīn, ʿafārīt, mārid — è in Lane, Arabian Society in the Middle Ages, postumo 1883. Per il rito del chiodo la documentazione è novecentesca: el-Aswad 2002, Lebling 2010.
- Attenzione
- Le due cose che circolano di più su questa voce sono entrambe sbagliate, e la seconda è istruttiva. La prima: l'ʿifrīt non è «il jinn di fuoco», perché tutti i jinn sono di fuoco senza fumo, e non è il grado più alto, perché nella lista di Lane sopra di lui c'è il mārid. La seconda riguarda il genio della lampada. Aladino non appartiene ai manoscritti arabi delle Mille e una notte: Antoine Galland lo sentì raccontare da Ḥannā Diyāb a Parigi il 25 marzo 1709 e lo pubblicò nei volumi del 1710; i «manoscritti arabi» del racconto sono retroversioni posteriori. E l'inglese genie viene dal latino genius attraverso il francese génie: la somiglianza con jinn è una coincidenza fonetica sfruttata da un traduttore. Tutta l'iconografia mondiale dell'ʿifrīt poggia su un equivoco lessicale del Settecento francese.
Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.