Testi · di Frater Custos · lettura di 12 minuti
Il verbale dell’esumazione
Fra il 1700 e il 2004 una tomba è stata aperta almeno sei volte davanti a qualcuno che teneva un registro. I corpi descritti si somigliano fino al dettaglio — ma non perché ci fosse qualcosa dentro. E la parola «vampiro» è più giovane di quasi tutto ciò che pretende di spiegare.
Nell’inverno fra il 1700 e il 1701, sull’isola di Míkonos, un botanico francese guarda un macellaio del paese aprire un cadavere sepolto dieci giorni prima. Il macellaio è vecchio e maldestro, e apre il ventre invece del petto. Il 1° gennaio 1701 quel che resta del corpo viene bruciato su una pira. Nella notte fra il 9 e il 10 gennaio 2004, a Marotinu de Sus, in Oltenia, sei uomini aprono la tomba di Petre Toma, ne asportano una porzione di cuore, la bruciano e ne sciolgono le ceneri nell’acqua. Fra i due gesti corrono trecentotré anni, duemila chilometri e una rivoluzione scientifica.
Di entrambi esiste un documento scritto: nel primo caso un libro di viaggio pubblicato a Parigi nel 1717, nel secondo un atto di rinvio a giudizio della procura di Craiova. In mezzo ce ne sono altri quattro, altrettanto datati e altrettanto verificabili. Questo articolo mette in fila quei sei documenti — non i racconti, i documenti — e guarda che cosa hanno in comune.
La risposta breve è: hanno in comune un cadavere descritto sempre allo stesso modo, e la ragione non è che il cadavere fosse un vampiro. La risposta lunga vale il resto dell’articolo, perché porta a un punto che di solito si dà per scontato al contrario: il vampiro non è una figura antica. La pratica di aprire le tombe è vecchia e diffusa; la parola, la categoria e il fascicolo che le tiene insieme si datano con precisione, e nascono in un ufficio.
Sei volte che è stata aperta una tomba
| Dove | Quando | Chi tiene il registro, e in che veste | Che cosa dichiara di aver visto |
|---|---|---|---|
| Míkonos, Cicladi | dicembre 1700 – 1° gennaio 1701 | Joseph Pitton de Tournefort, botanico incaricato da Luigi XIV, presente di persona | Corpo aperto il decimo giorno, cuore estratto e bruciato sulla riva; l’incenso mescolato ai vapori peggiora il fetore. Tournefort attribuisce calore e rossore alla putrefazione |
| Kisiljevo, Serbia asburgica | estate 1725 | Ernst Frombald, provveditore camerale: è un atto amministrativo, stampato sul Wienerisches Diarium del 21 luglio 1725 | Corpo esumato dopo circa dieci settimane: non decomposto, capelli barba e unghie ricresciuti, pelle nuova sotto quella che si stacca, sangue fresco alla trafittura |
| Medveđa, Serbia asburgica | 7 gennaio 1732; verbale firmato a Belgrado il 26 | Johann Flückinger, chirurgo di reggimento, con quattro cofirmatari militari: è una perizia medico-legale | Quindici corpi esumati, dieci dichiarati «im Vampirstande». Decapitati, bruciati, le ceneri disperse nella Morava |
| Frei Hermersdorf, al confine fra Moravia e Slesia austriaca | 1755 | Johann Lorenz Gasser, professore di anatomia, e Christian Wabst, protomedico militare, inviati dall’imperatrice | Una delle commissioni di grado più alto mai inviate su un caso del genere. Nello stesso anno il protomedico dell’impero mette per iscritto che non c’è niente da vedere |
| Exeter, Rhode Island | 17 marzo 1892 | Il medico Harold Metcalf, presente all’esumazione, e la stampa locale | Tre corpi della stessa famiglia riaperti; nel più recente, sangue coagulato nel cuore. Cuore e fegato bruciati, le ceneri somministrate al fratello malato |
| Marotinu de Sus, Oltenia | notte fra il 9 e il 10 gennaio 2004 | La procura di Craiova: è un fascicolo penale per profanazione di sepoltura | Porzione di cuore asportata e bruciata, ceneri sciolte nell’acqua e fatte bere a familiari malati. Sei imputati, tutti confessi |
A questi si aggiunge quello che restituisce il terreno, che non è una fonte scritta ma una fonte materiale: la sepoltura JB-55 di Griswold, in Connecticut, con il cranio e i femori risistemati sul torace e lesioni costali compatibili con tubercolosi polmonare; le sepolture trattate della Germania settentrionale che stanno dietro al Nachzehrer; e il cimitero di Drawsko, in Polonia nordoccidentale, dove su circa duecentottantacinque inumati del Sei-Settecento sei portano una falce attraverso la gola o l’addome, o una pietra sotto il mento.
Perché la fossa risponde sempre di sì
Il libro che chiude la questione è del 1988 ed è di un tedeschista prestato alla tafonomia: Paul Barber, Vampires, Burial, and Death. La sua tesi non è che i testimoni mentissero. È che i testimoni descrivevano correttamente quello che vedevano, e che quello che vedevano era un cadavere normale.
Punto per punto, i «segni» sono fenomeni tanatologici ordinari, consolidati in medicina legale:
| Che cosa dice il verbale | Che cos’è |
|---|---|
| «Gonfio, la pelle tesa come un tamburo» | Timpanismo: i gas della putrefazione distendono l’addome e il torace |
| «Sangue fresco alla bocca e al naso» | Purge fluid: un liquido schiumoso rosso-bruno che risale dalle vie aeree |
| «Pelle nuova sotto quella vecchia» | Scollamento dell’epidermide, che scopre cute rosea sottostante |
| «Unghie e barba ricresciute» | Retrazione del letto ungueale e della cute per disidratazione |
| «Ha gemuto quando l’hanno trafitto» | Fuoriuscita improvvisa di gas sotto pressione attraverso la laringe |
| «Sangue ancora liquido nel cuore» | Fibrinolisi post mortem: il sangue può non coagulare, o riliquefarsi |
E conta moltissimo una variabile che i verbali registrano sempre e non valutano mai: quando. Freddo, sepoltura profonda, terreno argilloso e umido rallentano la decomposizione e favoriscono la formazione di adipocera. Medveđa è il 7 gennaio; Marotinu de Sus è il 9 gennaio; a Exeter si scava il 17 marzo, e la ragazza era morta in gennaio — secondo la ricostruzione più accreditata il corpo aveva atteso il disgelo in una cripta di pietra, non sotto terra. Kisiljevo, nell’estate del 1725, fa eccezione — e infatti è il solo dei sei casi in cui il verbale, per dimostrare l’anomalia, ha bisogno di ricorrere alla trafittura. Un morto d’inverno, in terreno freddo e umido, può apparire pressoché intatto dopo mesi.
La prova che non può fallire
Qui aggiungo una lettura mia, e la dichiaro come tale, perché non l’ho trovata formulata così in nessuna delle fonti che cito.
Se si guardano i sei documenti come si guarderebbe un protocollo sperimentale, si nota una cosa che nessuno dei loro autori poteva notare: il protocollo è costruito in modo da non poter dare esito negativo. La lista dei segni è lunga — gonfiore, colorito, sangue alla bocca, unghie, capelli, pelle, assenza di rigidità, sangue liquido — e basta che ne compaia uno. La finestra temporale in cui si scava è esattamente quella in cui un corpo ne mostra almeno uno, quasi sempre. E soprattutto: non si apre una tomba a caso. Si apre quella di chi è morto per primo, in una famiglia dove si continua a morire.
Il che significa che il verdetto è in larga parte già scritto prima che la vanga tocchi la bara. L’esumazione non serve a stabilire se il morto sia colpevole: serve a vederlo. È una procedura di conferma, non di accertamento — e nei sei casi elencati qui sopra non ce n’è uno che si chiuda con un nulla di fatto.
Exeter, 1892, è la controprova più pulita, perché lì di corpi ne furono aperti tre. La madre e la sorella, sotto terra da anni, erano ridotte quasi a ossa: nessun segno. Solo la terza, morta due mesi prima, mostrava sangue nel cuore — e il medico presente disse che era esattamente quanto ci si doveva aspettare da un corpo sepolto da quel tempo. Due esiti negativi su tre, e un terzo che per il perito non era un esito affatto: non bastarono a fermare nulla, perché in un protocollo così fatto un solo segno è sufficiente, e aprendo abbastanza tombe lo si trova sempre.
Da qui discende anche il limite dell’ipotesi più diffusa, quella secondo cui nelle epidemie si incolpa il primo sepolto. È plausibile, spiega bene la selezione della tomba, e a Exeter è documentata quasi alla lettera. Ma va detto che cosa non spiega: a Drawsko l’analisi degli isotopi dello stronzio, condotta sui cinque di quei sei che si prestavano alla misura, li ha mostrati tutti gente del posto, non forestieri arrivati con il contagio. Chi finiva sotto la falce non era l’estraneo: era il vicino.
Il vampiro non è antico. È del 1725
E arriviamo al punto che rovescia l’ordine consueto delle cose.
Tutto quello descritto fin qui — aprire la tomba, bruciare il cuore, bere le ceneri — è pratica antica, largamente diffusa e indipendente: la si trova nelle Cicladi, in Serbia, in Germania, in Polonia, in Romania, nel New England, e in forme parallele molto lontano da lì. Il nome che oggi la tiene insieme, invece, si data al giorno.
La prima comparsa a stampa che si conosca sta dentro il documento più improbabile del mondo: la lettera di Frombald, nel Wienerisches Diarium del 21 luglio 1725, dove il funzionario scrive che i villici li chiamano «so sie Vampyri nennen» — con la desinenza latinizzata di una parola che il tedesco non ha ancora. Sette anni dopo, con il caso di Medveđa, non ha più bisogno di virgolette.
Il 1732 è l’anno in cui esce dall’ufficio. La prima attestazione inglese registrata dai dizionari storici è del marzo di quell’anno: il Grub-Street Journal del 16 marzo 1731/32 — la doppia data è il calendario ancora in uso allora — riferisce il caso serbo parlando di «dead Bodies (called here Vampyres)». Il 20 maggio, sul Craftsman, la parola è già una metafora politica: serve per i ministri corrotti e gli speculatori che vivono sul denaro altrui. In poco più di due mesi la parola ha attraversato la Manica ed è diventata un insulto da giornale.
Il che vuol dire che prima del 1725 in Europa occidentale la cosa non aveva un nome, e che il nome è arrivato per una via precisa: non da un racconto, non da un romanzo, non da un folklorista. È arrivato da due atti d’ufficio — la relazione di un esattore e la perizia di un chirurgo di reggimento — trasmessi per via gerarchica a Belgrado e da lì a Vienna, e stampati su un giornale di corte. Thomas Bohn, che ha riletto criticamente quei documenti, legge il vampiro come una creatura dell’Illuminismo: una figura costruita dalla stampa occidentale come alterità orientale contrapposta alla ragione. La lettura è sua; il dato su cui poggia — che il fascicolo viene prima della figura — è verificabile da chiunque.
Chi ha aperto il fascicolo lo ha anche chiuso
C’è un dettaglio nella tabella iniziale che vale la pena rileggere: di sei estensori, uno solo certifica.
Tournefort scrive per confutare, e lo dice. Frombald scrive per coprirsi: riferisce di aver ceduto a una folla che minacciava di abbandonare il villaggio, e prende le distanze dalla procedura che pure ha autorizzato. Gasser e Wabst sono mandati apposta per smentire. Il procuratore di Craiova scrive per incriminare. Solo la commissione di Flückinger, nel gennaio 1732, mette la firma sotto un verdetto affermativo — ed è esattamente il documento che ha fatto il vampiro europeo.
La stessa amministrazione che lo ha creato lo ha poi smontato, e in fretta. Dopo Hermersdorf, Gerard van Swieten — medico di corte e protomedico dell’impero, che al villaggio non andò mai di persona, al contrario di come si legge spesso — redige un memorandum bilingue, le Remarques sur le Vampyrisme de Sylésie de l’an 1755, e vi definisce le esecuzioni di cadaveri il prodotto di un’immaginazione impaurita e poco istruita, assecondata da un clero altrettanto superstizioso. Il 1° marzo 1755 Maria Teresa emana un rescritto che obbliga la Chiesa a segnalare ogni fenomeno soprannaturale all’autorità secolare, la quale deve far intervenire un perito medico. Nel 1766 la disposizione confluisce nella Lex caesareo-regia ad extirpandam superstitionem.
Va detto con precisione che cosa fa quel rescritto, perché non è un divieto di aprire le tombe: è qualcosa di più efficace. Sottrae la materia al villaggio e la consegna a un perito, cioè a qualcuno il cui mestiere è sapere che aspetto ha un cadavere di due mesi. Ventitré anni fra il Visum et Repertum, che fonda il vampiro europeo, e la norma che toglie a chi ci crede il diritto di verificarlo. Entrambi firmati dallo stesso apparato.
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Che cosa questa ricorrenza non dimostra
La conclusione che ci si aspetta, a questo punto, è che l’umanità abbia dovunque paura dei morti e abbia dovunque inventato la stessa creatura. Non la scrivo, perché i sei documenti non la sostengono, e perché mescolerebbe in una sola storia tre cose che vanno tenute separate.
La prima è un fatto fisico. Un corpo sepolto si comporta allo stesso modo in Grecia, in Serbia e nel Connecticut, e chi lo guarda vede le stesse sei cose. Questa parte della somiglianza non ha bisogno di nessuna trasmissione culturale per essere spiegata: si spiega da sé, e si spiegherebbe anche se le sei comunità non avessero mai saputo l’una dell’altra.
La seconda è un fatto sociale. Quando in una casa si muore in sequenza — di tisi a Exeter, di colera forse a Drawsko, di quello che era a Kisiljevo — la sequenza chiede una causa, e la causa più vicina è il primo della fila. Questa parte spiega perché si apra quella tomba e non un’altra. È solida come ricostruzione, ma va tenuta al suo rango: è un’inferenza che regge bene dove abbiamo i registri parrocchiali e male dove non li abbiamo.
La terza è un fatto documentario, e riguarda noi, non loro. Di queste sei esumazioni sappiamo perché qualcuno teneva un registro: un botanico con un taccuino, un funzionario con l’obbligo di rapporto, un chirurgo militare con un modulo da compilare, un medico di paese, un cronista, un pubblico ministero. Non stiamo guardando la mappa di una credenza: stiamo guardando la mappa di dove c’era carta. Quante volte sia stata aperta una tomba in un posto dove nessuno scriveva, non lo sa nessuno, e nessun atlante può dirlo.
Resta un ultimo dato, che è il più scomodo dei tre e non ha niente di antico. La tafonomia di Barber è del 1988. Il fascicolo di Craiova è del 2004. Sedici anni dopo che il fenomeno era stato spiegato compiutamente, sei uomini hanno aperto una tomba in Europa per la stessa ragione per cui la aprivano a Míkonos nel 1700 — e non l’hanno fatto per superstizione astratta, ma perché in casa c’era qualcuno che stava male e volevano fare qualcosa. È la sola parte di questa storia che le spiegazioni non toccano.
I documenti. J. P. de Tournefort, Relation d’un voyage du Levant, Parigi, Imprimerie Royale, 1717 (il caso di Míkonos è nella lettera dedicata all’isola) · la lettera di Ernst Frombald, in «Wienerisches Diarium», 21 luglio 1725, col titolo Copia eines Schreibens aus dem Gradisker District in Ungarn, ristampata sulle «Leipziger Post-Zeitungen» dell’8 agosto 1725 · J. Flückinger et al., Visum et Repertum, Belgrado, 26 gennaio 1732 · G. van Swieten, Remarques sur le Vampyrisme de Sylésie de l’an 1755 · atto di rinvio a giudizio della procura di Craiova, riportato da «Gazeta de Sud», 12 giugno 2004.
Gli studi. P. Barber, Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality, Yale University Press, 1988 · T. M. Bohn, The Vampire: Origins of a European Myth, trad. F. Ipgrave, Berghahn Books, 2019, e Id., A Historical-Critical Reading of the 1725 Frombald Letter on Vampirism in Kisiljevo, in «Journal of Vampire Studies» 5, 2025, pp. 4-20 · Á. Mézes, Doubt and Diagnosis: Medical Experts and the Returning Dead of the Southern Habsburg Borderland (1718-1766), tesi di dottorato, Central European University, Budapest, 2019 · Á. García Marín, Imperial Provisor Frombald’s First Name — Discovered, in «Journal of Vampire Studies» 1/1, 2020, pp. 118-120 · P. S. Sledzik, N. Bellantoni, Brief Communication: Bioarcheological and Biocultural Evidence for the New England Vampire Folk Belief, in «American Journal of Physical Anthropology» 94, 1994, pp. 269-274 · J. Daniels-Higginbotham et al., DNA Testing Reveals the Putative Identity of JB55, a 19th Century Vampire Buried in Griswold, Connecticut, in «Genes» 10/9, 2019, art. 636 · L. A. Gregoricka, T. K. Betsinger, A. B. Scott, M. Polcyn, Apotropaic Practices and the Undead: A Biogeochemical Assessment of Deviant Burials in Post-Medieval Poland, in «PLOS ONE» 9/11, 2014, e113564 · M. E. Bell, Food for the Dead: On the Trail of New England’s Vampires, Carroll & Graf, New York, 2001 · per la datazione della parola, D. Wilton, Wordorigins, s.v. vampire, che riporta il consenso dei dizionari storici sul 1731/32.
Che cosa in questo testo non è verificato. «La prova che non può fallire» — l’idea che il protocollo dell’esumazione sia strutturalmente incapace di dare esito negativo — è una mia lettura. Poggia su dati controllabili (la lunghezza della lista dei segni, la stagione dei sei casi, il criterio di scelta della tomba), ma non conosco uno studio che l’abbia formulata e messa alla prova, e va letta come proposta. Lo stesso vale per l’osservazione finale sulla «mappa di dove c’era carta»: è un limite metodologico che mi pare evidente, non un risultato di ricerca. Il conteggio «di sei estensori uno solo certifica» vale per i sei casi qui elencati e non pretende di essere un campione. Infine, sul caso di Marotinu de Sus: le date, i nomi e il capo d’imputazione vengono dall’atto; i dettagli di contorno riferiti dalla stampa sono ricostruzione giornalistica e le fonti si contraddicono fra loro.