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B — parzialmente documentato

Mahasona

Sri Lanka
Tradizione buddhista singalese delle terre basse; concentrazione documentata nelle province Meridionale e Sabaragamuwa, area di Galle. Centro rituale e artigianale di riferimento: Ambalangoda

Mahasona — nella versione più diffusa Mahasona era in vita Ritigala Jayasena, guerriero al tempo del re Dutugämunu.

Incisione notturna in un cortile di villaggio delle terre basse dello Sri Lanka, sotto un pergolato di foglie di cocco intrecciate: al centro un danzatore mascherato, con una maschera lignea dalla testa animale e più paia d'occhi, il corpo fasciato di bianco e frange di foglie, è colto a mezzo giro sopra una stuoia. Davanti a lui il malato giace disteso, coperto da un lenzuolo bianco. A sinistra due tamburini seduti battono i tamburi lunghi; una torcia su un palo arde a destra. Tutt'attorno la gente del villaggio siede per terra, stretta, e molti ridono.
Varianti e nomi
Singalese මහසෝනා, traslitterato anche Maha Sona, Mahasohona, Mahasohon, Mahā Sōna Yakā. Il nome vale «grande demone del cimitero»: sohona è il luogo di cremazione. Avvertenza terminologica, perché quasi tutta la divulgazione occidentale la sbaglia: il Mahasona Samayama e il Sanni Yakuma non sono lo stesso rito. Sono due cerimonie distinte del complesso yaktovil — la prima dedicata al demone del cimitero, la seconda ai diciotto demoni delle malattie presieduti da Kola Sanniya. Le celebri maschere di Ambalangoda appartengono alla seconda.
Che cosa raccontano
Nella versione più diffusa Mahasona era in vita Ritigala Jayasena, guerriero al tempo del re Dutugämunu. Ubriaco, offese il gigante Gotaimbara e ne accettò la sfida a mani nude: Gotaimbara lo decapitò con un solo calcio e ne lasciò il corpo in un cimitero all’aperto. Una divinità intervenne per rianimarlo prima che il corpo si raffreddasse, ma non trovando la testa gliene innestò una d’orso, montata al contrario. L’aspetto risultante terrorizzava chiunque lo vedesse, e il terrore faceva ammalare. Gli attributi: alto centoventidue piedi, quattro occhi, quattro braccia, pelle rossa, testa d’orso o di tigre; cavalca un cinghiale e beve il sangue di un bufalo che regge nella mano destra; comanda trentamila demoni. Uccide colpendo di notte fra le scapole, e lascia sul corpo l’impronta in rilievo di una mano. Provoca colera e dissenteria. Infesta i luoghi di cremazione e gli incroci a tre vie.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Il rito non tratta la malattia come fatto individuale ma come rappresentazione collettiva: la nosologia demonica del Sanni Yakuma è un sistema classificatorio a diciotto categorie che copre epilessia, cecità, sordità, paralisi, febbri, disturbi psichiatrici. E il meccanismo terapeutico non è la solennità, è l’esposizione e la derisione: l’entità viene evocata, incarnata, portata in scena, e poi umiliata e resa ridicola davanti alla comunità. Obeyesekere lo argomenta contro chi liquidava queste cerimonie come intrattenimento — la comicità è parte della cura, non un residuo. Su Mahasona la cosa arriva a un punto notevole: nel distretto di Galle gli esorcisti lo considerano benevolo malgrado provochi malattia, e «scherzano con lui, giocano a carte e mangiano carne, di solito per tutta la notte, finché il paziente al mattino non sta bene». Il demone del cimitero trattato come un ospite molesto con cui si passa la nottata. Resta la funzione di soglia: Mahasona presidia il luogo di cremazione e l’incrocio a tre vie, cioè i due punti in cui finisce lo spazio sociale ordinato, e il racconto è una geografia del rischio — dove non andare di notte.
Dove è attestato
Bruce Kapferer, A Celebration of Demons. Exorcism and the Aesthetics of Healing in Sri Lanka, Indiana University Press, 1983 (2ª ed. Berg, 1991): non ho aperto il volume — ne segnalo il record, e la lettura corrente della sua tesi, non una citazione. Gananath Obeyesekere, «The Ritual Drama of the Sanni Demons: Collective Representations of Disease in Ceylon», in Comparative Studies in Society and History, 11/2, aprile 1969, pp. 174-216, DOI 10.1017/S0010417500005260 — consultato; riguarda i sanni, e Mahasona non vi compare. Paul Wirz, Exorcism and the Art of Healing in Ceylon, Leiden, Brill, 1954 (orig. ted. 1941): la sezione «The Maha-sohona» è a p. 28 secondo l’indice, ma la copia digitalizzata accessibile si interrompe prima e non ho potuto leggerla. David Scott, Formations of Ritual. Colonial and Anthropological Discourses on the Sinhala Yaktovil, University of Minnesota Press, 1994 — record segnalato, non consultato: è il volume che critica il modo in cui il discorso coloniale e poi quello antropologico hanno costruito l’oggetto «yaktovil». Testo rituale a stampa: Mahasohon samayama, composto da Nivitagala Gaṇitayā, a cura di A. D. Silva, Colombo, Laksilumina Press, 1904, 24 pp., in singalese. Cultura materiale datata e provenienzata: Australian Museum, Sydney — serie completa di maschere Daha Ata Sanniya acquisita nel 1911, che è il riferimento più solido reperibile.
Attenzione
Grado B per Mahasona come figura singola; il complesso rituale che lo contiene meriterebbe A. La ragione è dichiarabile: le due fonti che reggerebbero la voce — Wirz p. 28 e Kapferer 1983 — non sono riuscito ad aprirle, e la leggenda d’origine ha versioni concorrenti dichiarate dalle fonti stesse, che segnalano tradizioni popolari alternative in cui il nome di Jayasena non compare. La datazione al II secolo a.C. è cronologia interna alla narrazione, non datazione storica del culto. Anche gli attributi oscillano: testa d’orso o di tigre a seconda della fonte.

Quattro cose che circolano e non reggono. Le maschere di Mahasona non sono le maschere dei diciotto sanni: sono insiemi separati. Le tabelle demone→malattia non sono canoniche: l’Australian Museum attribuisce a Kola Sanniya la polmonite e a Naga «gonfiore del volto e desquamazione», altre liste danno a Naga gli incubi di serpenti; una scheda seria deve dichiarare la variabilità invece di copiare una tabella. Le maschere di Ambalangoda non hanno secoli: poche originali antiche sopravvivono, il museo locale conserva soprattutto riproduzioni, e quelle in vendita sono produzione artigianale contemporanea in legno di kaduru. E Mahasona non è un vampiro: beve sangue di bufalo, che porta con sé, e uccide per percussione, non per dissanguamento. La sua presenza nelle enciclopedie occidentali del vampirismo è una classificazione esterna imposta dal genere.

Una nota sul presente: il rito è in declino, per costi elevati, durata notturna e — segnatamente — per i danni dello tsunami sulla costa sud-occidentale.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

Affini per tema

Voci che condividono il motivo, il fenomeno alla base o la storia della raccolta — non la geografia.

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