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A — documentato

Tengu

Giappone
Montagne dello Shugendō: Kurama e Atago presso Kyoto, Takao a Hachiōji, Akiha in Shizuoka, Iizuna in Nagano

Tengu — per settecento anni il tengu non ha il naso lungo: è un rapace.

Varianti e nomi
天狗 tengu; lettura arcaica glossata アマツキツネ amatsukitsune, «volpe celeste». 烏天狗 karasu-tengu, corvino; 大天狗 daitengu; 鼻高天狗 hanataka-tengu, «dal naso alto»; 山伏天狗; 是害房 Zegaibō, il tengu venuto dalla Cina
Che cosa raccontano
Per settecento anni il tengu non ha il naso lungo: è un rapace. Nel Konjaku monogatarishū, XII secolo, la sua «forma vera» è quella di un nibbio, e il suo mestiere è nuocere al Dharma — mostra falsi Buddha, rapisce monaci, saccheggia templi. Fra XIII e XIV secolo diventa qualcos'altro ancora: il tengu-dō, cioè la destinazione in cui rinascono i religiosi arroganti, quelli che hanno cercato fama e profitto. Da lì il costume da yamabushi — il copricapo tokin, la stola yuigesa — che è la sua divisa nell'iconografia. Solo fra tardo Kamakura e Muromachi il becco si umanizza in un naso lungo, il volto si fa rosso, la figura si gerarchizza in grandi e piccoli e finisce per essere venerata come kami protettore della montagna.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
È lo specchio in cui il buddhismo medievale giapponese guarda i propri difetti: il tengu è il monaco che ha sbagliato, non il demone che viene da fuori. Per questo la sua storia è anche la storia di una polemica interna al clero, e per questo si trasforma quando cambia chi la racconta.
Dove è attestato
Nihon Shoki, libro 23, anno 9 di Jomei (637), redatto nel 720. Konjaku monogatarishū, libro 20, dopo il 1120 circa. Tengu zōshi, rotoli datati 1296, sette rotoli tutti Beni Culturali Importanti, conservati fra Tokyo National Museum, Nezu Museum e collezioni private. Nō Kurama tengu. Hayashi Razan, Honchō jinja kō, XVII secolo, per la classificazione dei daitengu. Decreto del Dajōkan n. 273 del 1872. Studio di riferimento: Haruko Wakabayashi, The Seven Tengu Scrolls, University of Hawai'i Press, 2012.
Attenzione
Il nome viene dal cinese tiāngǒu, «cane celeste», ma del cane non sopravvive nulla: né la forma, né la funzione, né il culto. È un prestito di caratteri con sostituzione integrale del referente. Quanto alla prima attestazione: il passo del Nihon Shoki descrive un bolide, non una creatura, e la glossa che vi legge un tengu è un'aggiunta interpretativa posteriore, applicata nel Shōtoku Taishi denryaku del 917 — quasi tre secoli dopo. Fra il 637 e i racconti dell'XI secolo c'è un vuoto documentario di circa quattrocento anni. La derivazione del naso da Sarutahiko, o dalle maschere gigaku, è respinta dagli specialisti per assenza di prove: sono paralleli convergenti, non una filiazione. E il decreto Meiji del 1872 non «abolì i tengu»: sciolse lo Shugendō come setta autonoma, assorbendone i rami nel Tendai e nello Shingon e costringendo allo stato laicale circa centosettantamila shugen. Il tengu sopravvive come figura folklorica proprio perché privato dell'istituzione che lo generava.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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