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C — documentazione debole

S’accabadora

Sardegna · Isole
Sardegna interna: Barbagia e Gallura nelle attestazioni ottocentesche; Luras (SS) per il martello del museo Galluras

S’accabadora — la donna che, secondo una tradizione sarda raccontata dal 1826 come già estinta, dava la morte ai moribondi senza speranza con il cuscino o con un martello di legno.

Varianti e nomi dialettali
accabadora, agabbadora, femina accabadora, accabadura; da accabare, «finire», dallo spagnolo acabar
Che cosa raccontano
La donna che, chiamata dalla famiglia, dava la morte ai moribondi senza speranza, col cuscino o con un colpo di un piccolo martello di legno alla nuca. La prima menzione è di Alberto La Marmora, 1826: «des femmes étaient chargées spécialement de hâter la fin des moribonds; on leur donnait le nom d’Accabadure, tiré du verbe Accabare (achever)» — e aggiunge che questo «resto di barbarie» era del tutto perduto «da un centinaio d’anni». William Henry Smyth, 1828: nella Barbagia si strangolava il morente senza speranza, «this act was performed by a hired woman called “accabadora,” or finisher», usanza abolita «sixty or seventy years ago». Antonio Bresciani, 1850, la nega: «se non fu mai nell’Isola l’usanza d’affrettar la morte agli agonizzanti soffocandoli coi guanciali delle accabadore».
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
La figura mette in forma una pratica che le fonti registrano come credenza sul passato remoto, sempre estinta «da sessant’anni» rispetto a chi scrive: è la struttura tipica della leggenda etnografica, che sposta all’indietro ciò che non si può vedere. Il suo successo attuale viene dal fatto che dà un nome sardo e antico a una questione moderna, l’eutanasia; e la Sardegna interna vi si riconosce come luogo di un diritto proprio, anteriore a quello dello Stato.
Dove è attestato
Alberto Della Marmora, Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825, Paris, Delaforest, 1826. W. H. Smyth, Sketch of the Present State of the Island of Sardinia, London, 1828, p. 216. Antonio Bresciani, Dei costumi dell’isola di Sardegna, Napoli, 1850, pp. 363-364. Vittorio Angius, voce «Bosa», in G. Casalis, Dizionario geografico… degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, vol. II, Torino, 1834 (non verificato sul testo). Studi: Alessandro Bucarelli e Carlo Lubrano, Eutanasia ante litteram in Sardegna. Sa femmina accabbadora, Scuola Sarda, 2003; Dolores Turchi, «Ho visto agire s’accabadora», Iris, 2008; contro: Italo Bussa, L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito, Cagliari, Edizioni della Torre, 2015.
Attenzione
Grado C perché nessuna fonte descrive un caso visto: nel 1826 la pratica era già raccontata come scomparsa da un secolo, nel 1828 da sessanta o settant’anni, e nel 1850 un osservatore ne negava l’esistenza. I due «casi documentati» che si leggono ovunque — Luras 1929 e Orgosolo 1952 — risalgono a Bucarelli e Lubrano (2003): del primo si dice che carabinieri e procuratore del Regno di Tempio archiviarono per motivi umanitari, ma nessun documento d’archivio è stato pubblicato; il secondo è un racconto orale raccolto nel 2003. La testimonianza di Turchi è di una sola persona, novantenne. Il martello esposto al museo Galluras di Luras fu trovato, secondo chi lo espone, nel 1993 in una nicchia di un muro a secco: non ha datazione, e il martello come strumento compare nella letteratura sull’accabadora solo dal 1991. Michela Murgia, Accabadora (Einaudi, 2009, premio Campiello 2010), e il film di Enrico Pau (2015) sono opere di finzione e non vanno usate come fonte.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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