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A — documentato

Gostanza da Libbiano

Toscana · Pianura e Appennino settentrionale
San Miniato (PI), sede del processo; l'imputata veniva da Libbiano, frazione di Peccioli, in Valdera

Gostanza da Libbiano — non è una creatura: è una donna reale, e il processo che la riguarda è conservato.

Varianti e nomi dialettali
negli atti monna Gostanza; forma toscana antica di Costanza. Nella letteratura anche «la strega di San Miniato»
Che cosa raccontano
Non è una creatura: è una donna reale, e il processo che la riguarda è conservato. Nata a Lucca intorno al 1535, vedova, trasferita a Libbiano, faceva la filatrice, la levatrice e la guaritrice — cercata dalla comunità e insieme temuta come possibile autrice di malefici. Nel novembre 1594 il vicario vescovile di San Miniato la fa arrestare. Sotto la tortura della corda confessa il sabba, i congiungimenti col demonio, i voli, la trasformazione in animali. Un dettaglio delle sue deposizioni vale da solo la scheda: il sabba non si tiene sotto un noce né in un bosco, ma in una città «più bella di Firenze, dove ogni cosa è messa a oro». Non confessa mai l'apostasia, che per gli inquisitori era il capo più grave. Poi ritratta tutto, e attribuisce le confessioni ai tormenti.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
È il caso in cui si vede lavorare, in presa diretta, la macchina che fabbrica le streghe: una guaritrice di villaggio, una domanda sociale di cura, un sospetto di paese, un giudice locale che ha in testa un modello demonologico già pronto, e la corda che lo fa combaciare con la realtà. Il valore documentario non sta nelle confessioni — che non descrivono nessun culto — ma nel mostrare come si producevano.
Dove è attestato
Atti del processo, 1594, Archivio Vescovile di San Miniato. Edizione critica: Franco Cardini (a cura di), trascrizione di Marilena Lombardi, postfazione di Adriano Prosperi, Gostanza, la strega di San Miniato. Processo a una guaritrice nella Toscana medicea, Roma-Bari, Laterza, 1989. Il caso è discusso da Michaela Valente, Witch Hunting and Prosecuting in Italy, «Religions», 14 (2023), art. 610.
Attenzione
Tre cose che si leggono ovunque e che gli atti smentiscono. Non fu bruciata: fu assolta e liberata il 28 novembre 1594, con divieto di esercitare l'arte di guaritrice e obbligo di allontanarsi. Non era una monaca, come si legge perfino in schede in lingua inglese: era una vedova laica. E soprattutto non fu «perseguitata dall'Inquisizione»: il processo lo istruì il vicario vescovile locale, e fu l'inquisitore di Firenze, padre Dionigi di Costacciaro, a intervenire, a stabilire che quella «povera vecchia» aveva confessato solo per i tormenti e ad annullare l'esito. È il rovesciamento esatto del cliché, ed è uno dei casi su cui si regge la tesi storiografica secondo cui i tribunali centrali italiani frenavano gli eccessi della giustizia locale. Il film di Paolo Benvenuti del 2000, pur basato sugli atti, è ricostruzione drammatica e non va usato come fonte.

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