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A — documentato

Mamuthones

Sardegna · Isole
Mamoiada (NU), Barbagia di Ollolai

Mamuthones — i Mamuthones indossano maschera nera di legno, pelli di pecora nere e fino a trenta chili di campanacci sulla schiena; avanzano in due file con un passo cadenzato che fa risuonare i bronzi.

I Mamuthones con maschera nera e campanacci avanzano in due file per le strade di Mamoiada, catturati con la fune dagli Issohadores.
Varianti e nomi dialettali
Mamuthones e Issohadores (o Issocadores, i «catturatori» con la fune, sa soha)
Che cosa raccontano
I Mamuthones indossano maschera nera di legno, pelli di pecora nere e fino a trenta chili di campanacci sulla schiena; avanzano in due file con un passo cadenzato che fa risuonare i bronzi. Gli Issohadores, in corpetto rosso e maschera bianca, catturano gli spettatori con la fune.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Rito del ciclo invernale e carnevalesco. Le letture proposte — propiziazione agraria, processione di anime, memoria di prigionieri — sono tutte interpretazioni moderne non dimostrate.
Dove è attestato
Rito pienamente vivo e datato: 17 gennaio, festa di Sant'Antonio Abate, prima uscita dell'anno con l'accensione dei fuochi; poi le uscite di Carnevale, domenica e martedì grasso.

La prima attestazione certa ha una data e un titolo, e vale la pena darli perché sono molto più recenti di quanto si creda: Raffaello Marchi, «Le maschere barbaricine», Il Ponte, VII, 9-10, 1951, pp. 1354-1361, nel fascicolo sardo della rivista di Calamandrei. La datazione è corroborata da tre strumenti indipendenti che concordano nel non registrare nulla di anteriore — le bibliografie di Piquereddu, 1989 e di Orrù, 1999 e un repertorio cronologico delle maschere sarde: di questi tre ho l'indicazione bibliografica e non la pagina, e lo dichiaro. Documentazione per immagini: le fotografie di Pablo Volta, 1957, e il film di Fiorenzo Serra, 1960.

Importante quanto le presenze è un'assenza: nelle voci sarde del Dizionario geografico di Goffredo Casalis, redatte da Vittorio Angius fra il 1833 e il 1856, della maschera non si fa parola. Chi scriveva di quei paesi, in quegli anni, non la vide o non la ritenne degna di nota: in nessuno dei due casi si può retrodatarla.
Attenzione
Le origini «nuragiche» o «preistoriche» che si leggono ovunque sono congetture divulgative senza base documentaria: la prima attestazione certa è del 1951, e prima di quella data c'è il silenzio di chi pure descriveva la Barbagia.

E le carte che vengono esibite a prova dell'antichità non reggono. I documenti attribuiti a Licheri e a Bonu, presentati come settecenteschi, sono considerati falsi dalla critica sarda — Cubeddu (2006 e 2010) e Turtas (2010); di questi interventi ho l'indicazione e non la pagina. La cosa merita di essere detta per intero perché la stessa provenienza fornisce «prove» antiche anche a un'altra voce di questo atlante, l'accabadora: è una sola officina che alimenta due miti diversi, ed è un dato di storia della cultura sarda, non un dettaglio filologico.

Un rito può essere autentico, vivo e importante senza essere antico. Questo lo è.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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