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Testi · di Frater Custos · lettura di 11 minuti

Il berretto rosso

Venti nomi dialettali per un folletto solo, dalla Garfagnana al Salento. I tratti che ricorrono sono documentati e sorprendenti — ma la spiegazione che viene in mente per prima è smentita proprio dai casi più forti.

Se si mettono in fila le schede di questo atlante che riguardano il folletto domestico italiano, la carta dei nomi sembra la carta di venti creature diverse. Linchetto in Garfagnana, buffardello fra Lucchesia e Liguria, mazapégul in Romagna, mazzamurello fra Marche, Abruzzo e Umbria, lenghelo nel Lazio, munaciello a Napoli, monachicchio in Basilicata, scazzamurieddhu in Puglia. E dentro ciascuno, altri nomi ancora: caicarel, cheicatrèpp «schiaccia-pancia», laùru, carcaluru, scarcagnulu, pappardello, piffardello.

Non è la carta di venti creature. È la carta di una cosa sola, chiamata in venti modi — e la parte interessante non è la somiglianza, che chiunque nota, ma quali tratti esattamente ricorrono e quali no. Perché i tratti che ricorrono non si spiegano tutti allo stesso modo, e la spiegazione che viene in mente per prima — un antico spirito precristiano sopravvissuto sotto venti nomi — è contraddetta proprio dai casi che a prima vista la sostengono meglio.

Che cosa ricorre, esattamente

TrattoDove è attestato
Il berretto rosso, e la sua importanzamazapégul — dove è «indispensabile ai suoi poteri»; monachicchio — «tratto distintivo assoluto»; munaciello — cappuccio rosso porta fortuna, nero disgrazia; buffardello — indumenti rossi
Il cappello si può rubare, e chi lo ruba ottiene qualcosamazapégul — chi glielo sottrae «lo tiene in proprio potere»; monachicchio — chi glielo strappa ottiene un tesoro; scazzamurieddhu — si diventa ricchi, ma la creatura inganna il catturatore con una domanda ambigua
Intreccia code e crinierelinchetto, buffardello, mazapégul, scazzamurieddhu
Si siede sul petto o sulla pancia del dormientelinchetto («batte sul petto»), buffardello (soffocamento), mazapégul (paralisi e senso di soffocamento), scazzamurieddhu («si siede sulla pancia»), lenghelo («balla sopra la pancia»), pantafica
La statura di un bambinobuffardello — «alto circa mezzo metro»; scazzamurieddhu — «delle dimensioni di un bambino di tre anni», ma «piccolo e fortissimo e pesantissimo»
Prima si sente, poi si vedemazzamurello — dove «il tratto definitorio non è l'aspetto ma il suono»: colpi contro i muri, scricchiolii, passi
È lo spirito di un bambino morto senza battesimomazzamurello in area abruzzese-molisana; monachicchio nella versione lucana canonica

Sette tratti, ciascuno attestato in almeno due aree lontane fra loro. Non è impressione: è quello che le schede dicono, ciascuna con le proprie fonti.

Due famiglie di tratti, non una

La tentazione, arrivati qui, è di concludere che sotto ci sia una figura unica e antichissima. Ma i sette tratti non sono della stessa specie, e conviene separarli, perché si spiegano in due modi diversi.

Il primo gruppo descrive un'esperienza. Il peso sul petto, l'impossibilità di muoversi, la presenza avvertita nella stanza, la creatura piccola ma schiacciante: non è folklore che viaggia, è la paralisi del sonno. Al risveglio da una fase REM la coscienza rientra prima che si sciolga l'atonia muscolare, e per qualche decina di secondi il corpo resta immobile mentre la mente è vigile; poiché in REM la ventilazione alveolare cala di circa il quaranta per cento, si avverte un peso che comprime il torace. Il paradosso dello scazzamurieddhu — piccolo come un bambino di tre anni e capace di immobilizzare un adulto — è la descrizione esatta di questo: la forza schiacciante non viene dal peso della figura, viene dall'atonia.

Questo gruppo di tratti ricorre da un capo all'altro della penisola per la ragione più semplice possibile: l'esperienza è la stessa perché il cervello è lo stesso. Cheyne, Rueffer e Newby-Clark hanno mostrato che queste esperienze si organizzano in tre nuclei ricorrenti in tutte le culture — la presenza di un intruso, la pressione sul petto, le sensazioni di fluttuazione e di tocco. La pantafica abruzzese è l'unica figura italiana su cui esista uno studio dedicato: Jalal, Romanelli e Hinton hanno intervistato sessantotto abitanti dell'Abruzzo raccogliendo le spiegazioni locali dell'episodio.

Il secondo gruppo descrive un oggetto e un gesto. Il berretto rosso; il fatto che glielo si possa strappare; che strappandoglielo si ottenga un tesoro o un potere; le criniere annodate la notte. Qui non c'è nessuna esperienza neurologica: c'è un racconto. E i racconti non nascono dovunque nello stesso modo — si spostano, con le persone, i mercanti, i pastori transumanti, i soldati, i libri. La distribuzione contigua di questi tratti lungo la dorsale appenninica è la mappa di una circolazione, non di una radice comune.

Una distinzione che serve. Che due paesi lontani raccontino la stessa cosa può voler dire tre cose diverse, e vale la pena non confonderle: che abbiano ereditato il racconto da una fonte comune; che se lo siano passato; oppure che stiano descrivendo indipendentemente lo stesso fatto. Il peso sul petto è il terzo caso. Il berretto rosso è, verosimilmente, il secondo. Nessuno dei due obbliga al primo, che è quello che si legge quasi sempre.

Il tratto che sembra più antico è il più recente

E qui la tesi della sopravvivenza precristiana si rompe da sola, sul suo esempio migliore.

Il tratto che più di ogni altro dà l'impressione di venire da lontanissimo — il folletto è lo spirito di un bambino morto — è attestato con precisione in due aree: il mazzamurello abruzzese-molisano e il monachicchio lucano. Ma nella formulazione documentata non è «un bambino morto». È un bambino morto senza battesimo.

Ed è una differenza che decide tutto. Perché quel racconto non può esistere prima del cristianesimo: ha bisogno del battesimo, della teologia del limbo e del divieto di sepoltura in terra consacrata per stare in piedi. Non è un residuo pagano sopravvissuto: è una figura cristiana, e piuttosto tarda. Dietro c'è una realtà demografica pesante — fino al primo Novecento la mortalità infantile nel Mezzogiorno interno superava largamente il centocinquanta per mille nel primo anno di vita, con una quota consistente di decessi nelle ore successive al parto, prima che fosse possibile battezzare. Il racconto dà una collocazione a bambini che la teologia lasciava in mezzo e che il cimitero non accoglieva.

Il tratto che sembra il più arcaico è quindi il più databile e il più moderno dei sette. Chi costruisce la continuità con un passato remoto di solito parte proprio da lì.

Il caso di Napoli, che è un altro caso ancora

Vale la pena isolare il munaciello, perché rovina ogni schema — e perché è il promemoria che non tutte le somiglianze vanno spiegate insieme. La ricostruzione storica più accreditata lo identifica con i pozzari, gli operai che manutenevano i cunicoli dell'acquedotto sotterraneo di Napoli: uomini di corporatura minuta, adatti a passare nei condotti, con un mantello incappucciato che li faceva somigliare a monaci. Risalendo i pozzi arrivavano dentro le case. Il che spiega insieme, e senza bisogno di nulla d'altro, le sparizioni di oggetti, i doni improvvisi e le presenze notturne.

Qui il piccolo uomo incappucciato non è né un'esperienza neurologica né un racconto migrante: è un mestiere. Matilde Serao, nel 1881, raccoglieva già anche l'altra variante, quella del bambino deforme.

Che cosa questa ricorrenza non dimostra

Alla fine di un articolo così, la frase che ci si aspetta è che sotto i venti nomi ci sia un unico antico spirito della casa europea. Non lo scrivo, perché non lo so, e perché il materiale qui sopra non lo sostiene.

Quello che il materiale sostiene è più modesto e più solido: che un gruppo di tratti descrive un fatto fisiologico universale, e ricorre per questo; che un altro gruppo descrive un racconto che ha circolato, e la cui distribuzione somiglia a una mappa di contatti; e che almeno un tratto è cristiano e tardo, malgrado sembri il più antico di tutti. Sono tre spiegazioni diverse per una somiglianza sola, e mescolarle in una sola storia significherebbe fare esattamente ciò che questo sito esiste per non fare.

Resta una cosa che si può dire senza riserve, e non è poco. Da Fivizzano a Otranto, per secoli, quando qualcuno si svegliava di notte senza riuscire a muoversi e con un peso sul petto, trovava già pronto un nome da dare a quel peso — e un modo per venirne a capo: strappargli il berretto. Il racconto non spiegava l'episodio, ma lo rendeva maneggiabile, e dava a chi lo subiva qualcosa da fare invece che solo qualcosa da temere.

Le schede. Linchetto · Buffardello · Mazapégul · Mazzamurello · Pantafica · Lenghelo · Munaciello · Monachicchio · Scazzamurieddhu · Pantasema · Janas. Ogni scheda porta le proprie fonti e il proprio grado di documentazione, e le affermazioni di questo testo non vanno oltre quelle.

Fonti del quadro fisiologico. J. A. Cheyne, S. D. Rueffer, I. R. Newby-Clark, Hypnagogic and Hypnopompic Hallucinations during Sleep Paralysis: Neurological and Cultural Construction of the Night-Mare, in «Consciousness and Cognition» · B. A. Sharpless, J. P. Barber, Lifetime prevalence rates of sleep paralysis: a systematic review, in «Sleep Medicine Reviews» 15/5, 2011, pp. 311-315 · B. Jalal, A. Romanelli, D. E. Hinton, Cultural Explanations of Sleep Paralysis in Italy: The Pandafeche Attack and Associated Supernatural Beliefs, in «Culture, Medicine and Psychiatry» · sulla condizione dei non battezzati, la letteratura sul limbus infantium e le serie storiche ISTAT sulla mortalità infantile · M. Serao, Leggende napoletane, 1881, e la tradizione documentaria sui pozzari dell'acquedotto napoletano.

Che cosa in questo testo non è verificato. La lettura della distribuzione dei tratti narrativi come esito di circolazione, e non di eredità comune, è un'ipotesi mia: è compatibile con la geografia dei dati, ma non ho svolto lo studio comparativo che la dimostrerebbe, e non conosco uno studio che l'abbia fatto per l'area italiana. Va letta come proposta, non come risultato. Le singole attestazioni dialettali, invece, stanno nelle schede con le loro fonti.