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A — documentato

La Befana

Lazio · Toscana · Marche · Abruzzo · Appennino centrale e Adriatico
Roma, rione Sant’Eustachio e piazza Navona per la fiera; Firenze e la Lucchesia per le prime attestazioni della parola e per le befanate di questua — Val di Lima, Tereglio, Casabasciana, Coreglia Antelminelli, Ponte a Moriano; Marche e Abruzzo per la pasquella e i riti della vigilia. Per Umbria, Romagna ed Emilia la pasquella è attestata nella letteratura di settore, ma non ho aperto quelle raccolte.

La Befana — la vecchia che nella notte fra il 5 e il 6 gennaio scende per il camino e lascia doni o carbone ai bambini, e il cui nome non è altro che «Epifania» consumata dall’uso

Varianti e nomi dialettali
Befana è Epifania consumata dall’uso. Il TLIO lemmatizza befanìa e registra le forme befane, befani, befania, befanìa, befanie, bifania; la nota etimologica dice soltanto «da epifania», e la nota linguistica spiega la sonorizzazione della labiale iniziale con Rohlfs §162 e l’accento ritratto per influsso del greco epiphàneia. Il GDLI lemmatizza befana «(ant. anche beffano)»; il vocabolario Treccani dà «lat. *epiphanĭa per epiphanīa». In nessuno dei tre compare un teonimo.

Dalla festa vengono anche i nomi dei riti: befanata, che il GDLI definisce canzone dialettale toscana della sera del 5 gennaio, e nelle Marche la pasquella, da Pasqua Befanìa, forma attestata in un documento fiorentino del 1286-90; nel Trentino, secondo l’Enciclopedia Italiana, beghenate. Non sono varianti del nome ma figure distinte la Vecia veneta e la Perchta dell’area germanofona, di cui questo atlante tratta altrove.
Che cosa raccontano
Nella notte fra il 5 e il 6 gennaio una vecchia entra nelle case per la cappa del camino e lascia doni ai bambini buoni, cenere e carbone agli altri. La descrizione più circostanziata è quella romana di Giggi Zanazzo, 1908: alla cappa si appendono due calze, una con pastarelle, fichi secchi, mosciarelle, un’arancia e una pigna dorata e inargentata, l’altra con cenere e carbone «pe’ tutte le vorte che sso’ stati cattivi»; la sera prima i bambini si mandavano a letto presto e si facevano mangiare poco, perché lasciassero una parte della cena alla Befana.

Prima di essere una donatrice la Befana è un fantoccio. Nelle prime attestazioni letterarie è una figura di stoppa e di cenci esposta alla finestra il giorno dell’Epifania perché la gente la scherni; Berni ci paragona la propria serva, e «far la befana» significa farsi piccoli e scomparire. Dove il rito è collettivo si esce in strada: squadre di uomini e ragazzi vanno di casa in casa a cantare la befanata o la pasquella, con organetto, violino, chitarra, e chiedono noci, castagne, vino; altrove il fantoccio si porta in giro su un carretto e si brucia in piazza.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
La notte dell’Epifania è una notte di scambio regolato. La questua trasferisce cibo da chi ne ha a chi ne ha meno, ma dentro un copione: i cantori arrivano, raccontano in strofe la natività e il viaggio dei Magi, chiudono con il saluto, la licenza e la richiesta della mancia; la casa dà noci, castagne, vino, qualche moneta; alla fine la bisaccia si vuota e tutto si divide in parti esatte, tante noci e tante castagne a testa. A Lucca, nel 1893, chi non trovava nulla la mattina del 6 andava dai compaesani più caritatevoli a raccattare un po’ qui e un po’ là. È redistribuzione che non umilia, perché non si chiede per sé: si chiede per la Befana.

Verso i bambini la funzione è di calendario e di disciplina insieme: premio e carbone arrivano una volta sola, alla fine delle dodici notti, da una figura esterna che ha visto tutto l’anno. E la vecchia brutta appesa alla finestra, da prendere a sassate o da bruciare, è il modo in cui la comunità scarica su un fantoccio di cenci l’anno che finisce.
Dove è attestato
La parola viene prima della figura, e la sua data si legge nel TLIO: la prima attestazione volgare di befanìa è negli Statuti fiorentini anteriori al 1284 («per tutte le pasque del’anno, cioè per lo Natale, per Befanie, per Resurrexio»); seguono gli statuti senesi delle Addizioni 1298-1309, lo Specchio umano di Domenico Lenzi del 1347, Villani, gli statuti pisani, il San Brendano veneto. Il TLIO segnala inoltre, citando il Glossario diplomatico toscano, la grafia Bitfanie in una carta latina senese del 1048 e befanias «doni che si fanno per l’Epifania» in un documento aretino del 1211, e una «Donna Befania» in un documento senese del 1231-32. Nel corpus dell’italiano antico la vecchia personificata non c’è: c’è soltanto la festa.

La figura compare nel Quattro-Cinquecento toscano, e compare come fantoccio. Pulci, Morgante XXII 126, «che faceva le mummie, anzi befana»; Gl’ingannati degli Intronati, recitata a Siena nel 1531, nomina «la notte di beffana»; Francesco Berni, morto il 26 maggio 1535, nel Sonetto della massara scrive della serva «Il dì de Befanìa / vo’ porla per befana alla finestra, / perché qualch’un le dia d’una balestra» — versi stampati solo dopo la sua morte, dai Sonetti del Bernia di Ferrara 1537 alla giuntina del Lasca del 1548: la data «1535» che circola è quella della morte dell’autore, non di una stampa. La prima descrizione della Befana che scende per il camino e distingue i buoni dai cattivi che il GDLI registri sono le Note al Malmantile di Paolo Minucci.

Il rito raccolto sul campo: Giovanni Giannini, Le befanate del contado lucchese, in «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», XII (1893), pp. 91-122, descrive la questua paese per paese nella Val di Lima — Tereglio, Casabasciana, Coreglia Antelminelli, Ponte a Moriano — trascrive le strofe e fa risalire i canti all’ufficio notturno dell’Epifania. Knisella Farsetti, Befanate del contado toscano, Firenze 1900, ne pubblica otto. Per Roma, Zanazzo 1908, capitolo 174. Il quadro d’insieme più antico è la voce «Befana» firmata da Raffaele Corso nell’Enciclopedia Italiana del 1930.
Attenzione
Grado A perché la catena documentaria regge dal 1048 a oggi e l’ho percorsa sui testi: il TLIO per la prima attestazione datata, il GDLI digitale della Crusca per le attestazioni letterarie, l’«Archivio» di Pitrè su archive.org per la questua con paesi e raccoglitore, Zanazzo per Roma, il catalogo della Sovrintendenza Capitolina e l’Archivio storico Luce per la fiera e la Befana fascista, Normattiva per le leggi. Resta di seconda mano quel che dichiaro tale: Manni 1766 lo conosco dalla citazione di Giannini, Pitrè 1881 e Mannocchi 1921 dalle bibliografie, le Note al Malmantile dalla citazione del GDLI. E non ho trovato nessun atto che istituisca la «Befana fascista».

Che cosa non regge. La Befana «dea pagana» non ha fonti antiche. L’interpretazione nasce nell’Ottocento comparativo: De Gubernatis nel 1878 scrive che alla Frau Holle «corrisponde la nostra Befana» e che essa «personifica ora la stagione tenebrosa… ora la stagione luminosa», pur riconoscendo che il nome viene da Epifania; nel 1930 Corso riassume che gli studiosi «fanno risalire il mito della Befana a tradizioni magiche precristiane», citando Grimm, Usener e Frazer. È una lettura, non un documento, e viene ripetuta da un secolo e mezzo, anche da pagine istituzionali che aggiungono Diana, Satìa e Abùndia senza indicare una fonte: Satia e Abundia non sono dee romane attestate. Il nesso con Strenia è doppiamente debole: Treccani fa venire strenna dal latino strena, probabile voce sabina, senza nominare divinità, e le strenae erano doni dei calendi, non del 6. La derivazione da Berchta è esclusa dalla fonetica. Sulla calza va corretta anche la versione opposta: non è un’invenzione recente, perché Zanazzo la descrive nel 1908 e il catalogo capitolino la vede appesa al fantoccio nelle stampe romane del 1816-1821; recente è la calza preconfezionata. Della leggenda della vecchia che rifiuta di seguire i Magi non ho trovato traccia in nessuna delle fonti che ho letto.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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