Testi · di Frater Custos · lettura di 13 minuti
Il volo che le carte negano
Per sei secoli il testo più autorevole sul volo notturno delle streghe è un canone che lo dichiara un’illusione — e che fu datato tre secoli troppo presto. Quando il volo diventa vero, nei verbali italiani si vede chi ce lo mette.
L’attestazione scritta più antica di tutto questo atlante è una legge, ed è una legge che vieta di credere. Nel 643 l’Editto di Rotari, al capitolo 376, proibisce di uccidere la serva o l’aldia di un altro con l’accusa di essere una strega: «Nullus presumat haldiam alienam aut ancillam quasi strigam, quem dicunt mascam, occidere, quod christianis mentibus nullatenus credendum est nec possibilem, ut mulier hominem vivum intrinsecus possit comedere». Nessuno osi uccidere l’aldia o la serva altrui come fosse una striga, che chiamano masca: perché alle menti cristiane non è in alcun modo da credersi, né è possibile, che una donna possa mangiare un uomo vivo da dentro.
Vale la pena fermarsi sulla forma di questa frase, perché la stessa forma ritorna per settecento anni. Non è un’apologia e non è un trattato: è una norma penale, e la ragione che adduce non è morale ma fattuale. Non si uccide l’accusata perché l’accusa descrive una cosa che non accade. Il legislatore longobardo non dice che la strega è peccaminosa: dice che non esiste.
Rileggendo le schede di questo atlante una per una, mi sono accorto che il materiale più antico sul volo notturno e sul raduno delle streghe non sta in racconti, in confessioni o in testimonianze. Sta in leggi, in canoni e in manuali per confessori — cioè in documenti scritti da chi voleva che la credenza smettesse. Questo testo mette in fila quei documenti, guarda in che punto preciso il verso si rovescia, e torna sui verbali italiani per vedere che cosa succede quando il volo diventa una cosa su cui si può essere interrogati.
Che cosa nega Rotari, e che cosa no
Prima però una precisazione che quasi tutte le divulgazioni saltano, e che cambia il senso della citazione. Rotari non nega il volo. Nega il cannibalismo interno: che una donna possa mangiare un uomo vivo dal di dentro. È questo che è «non possibile». Del volo, nell’Editto, non si parla affatto.
La distinzione conta perché i due tratti hanno storie diverse e lunghezze diverse. La striga che divora è un’eredità antica e mediterranea; il volo in schiera al seguito di una dea arriva da un’altra parte e si documenta più tardi. Mettere in bocca a Rotari la negazione del volo è il genere di scorciatoia che fa sembrare una tradizione più compatta di quanto sia.
Quello che l’Editto documenta davvero è altrettanto interessante, e riguarda direttamente la scheda piemontese di questo atlante: la parola. Striga, quem dicunt masca — la glossa volgare è masca, e la masca delle Langhe e del Monferrato porta ancora quel nome tredici secoli dopo. Il capitolo 197 dello stesso Editto protegge inoltre la donna libera accusata di essere striga, quod est masca: chi la chiama così perde il mundium su di lei. Due volte, nello stesso testo, l’accusa di stregoneria è trattata come un danno da risarcire all’accusata.
Il canone che dice di no
Il documento centrale di questa storia compare intorno al 906, nei Libri de synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis di Regino di Prüm, abate renano. È il testo che la letteratura chiama Canon episcopi, dalle parole con cui si apre — «Episcopi eorumque ministri omnibus modis elaborare studeant…» — e il suo passo decisivo è questo:
«Illud etiam non omittendum, quod quaedam sceleratae mulieres retro post Satanam conversae, daemonum illusionibus et phantasmatibus seductae, credunt se et profitentur nocturnis horis cum Diana paganorum dea et innumera multitudine mulierum equitare super quasdam bestias, et multa terrarum spatia intempestae noctis silentio pertransire, eiusque iussionibus velut dominae obedire, et certis noctibus ad eius servitium evocari.»
Certe donne scellerate, sedotte dalle illusioni e dai fantasmi dei demoni, credono e professano di cavalcare di notte, insieme a Diana dea dei pagani e a un’innumerevole moltitudine di donne, sopra certe bestie, e di attraversare grandi spazi di terra nel silenzio della notte fonda, e di obbedirle come a una signora.
È il primo ritratto europeo del volo notturno in schiera, e in questo ritratto ci sono già quasi tutti gli elementi che si ritroveranno nei processi cinquecenteschi: il gruppo, la notte, la cavalcatura, la distanza percorsa, la figura femminile che comanda. Manca una cosa sola, e manca per scelta: che accada. Il verbo che regge tutta la frase è credunt, credono. Il canone è indirizzato ai vescovi perché estirpino la credenza, non la pratica.
Tre secoli di antichità presa a prestito
C’è poi la questione della data, ed è la ragione per cui questo canone ha pesato tanto.
Nella raccolta di Regino il testo è assegnato a un concilio di Ancira del 314. Ad Ancira un concilio si tenne davvero, e i suoi canoni si conservano: questo non c’è. Il testo è carolingio, non tardoantico, e la differenza è di quasi sei secoli. Gli storici non concordano su come sia successo: c’è chi pensa che Regino abbia trovato il testo in una fonte più antica andata perduta e ne abbia sbagliato l’etichetta, chi che l’abbia riattribuito consapevolmente, chi che l’abbia scritto lui e gli abbia dato un’autorità d’antichità che non aveva. Quale delle tre sia vera non è stabilito, e chi la dà per stabilita sta semplificando.
Il punto che si può affermare senza riserve è l’effetto. Un canone del X secolo attribuito al IV ha, nel diritto canonico, un peso che un canone del X secolo non ha. Per secoli il testo più citato contro la realtà del volo è stato citato come testimonianza della Chiesa dei primi concili — e non lo era.
Il canone entra in confessionale, e la lista dei nomi si allunga
Fra il 1008 e il 1012 Burcardo, vescovo di Worms, raccoglie il suo Decretum, e nel libro XIX — il Corrector sive medicus, cioè il manuale con cui il sacerdote interroga il penitente — il passo di Regino ricompare in una forma nuova. Non è più una disposizione ai vescovi: è una domanda da fare in confessionale, e comincia con «Credidisti…», hai creduto.
Hai creduto, o sei stato partecipe di quella incredulità, che certe donne scellerate, rivolte all’indietro dietro Satana, nelle ore notturne con Diana dea dei pagani e un’innumerevole moltitudine di donne… La struttura è quella di Regino, parola per parola. Ma intorno, nel libro XIX, le domande si moltiplicano, e con esse i nomi. In un’altra interrogazione la donna che guida la cavalcata notturna è «quam vulgaris stultitia Holdam vocat», quella che la stoltezza comune chiama Holda — la figura che questo atlante segue nella scheda su Frau Holle e Frau Perchta. Altrove compaiono Erodiade e Abundia.
Qui c’è un dato che mi pare il più solido di tutto l’articolo, e va enunciato con precisione. Tutti i nomi antichi della signora del volo notturno — Diana, Erodiade, Holda, Abundia — ci arrivano da testi che negano il volo. Non esiste, per nessuno di loro, una fonte che li attesti dal di dentro: non un inno, non una formula, non una testimonianza di chi ci credeva. Esistono il canone che proibisce la credenza e il questionario che la cerca in confessionale. Quando una divulgazione presenta Holda o la Diana del canone come divinità di un culto notturno sopravvissuto, sta ricostruendo una religione dal suo verbale di contestazione.
E poi diventa legge
Intorno alla metà del XII secolo il canone entra nel Decretum di Graziano, alla causa 26, quaestio 5, canon 12. Il Decretum di Graziano confluisce nel Corpus Iuris Canonici, che resterà il diritto della Chiesa fino al codice del 1917.
Una precisazione va fatta subito, perché su questo punto si legge spesso una cosa troppo netta: la raccolta di Graziano è un’opera privata, mai promulgata ufficialmente come codice. Dire che «la Chiesa aveva stabilito per legge che le streghe non volano» è più di quanto le carte permettano. Dire che il testo più autorevole e più citato in materia, per tutta la durata della caccia alle streghe, era un testo che dichiarava il volo un’illusione demoniaca, è invece esatto — ed è già abbastanza strano da non aver bisogno di essere esagerato.
La tregenda, cioè il canone in toscano
In Italia il canone riaffiora in volgare prima che nei processi, e riaffiora in un manuale di penitenza. Intorno al 1354 il domenicano fiorentino Jacopo Passavanti, nello Specchio della vera penitenza, descrive i demoni che «prendono la similitudine d’uomini» e vanno «di notte in ischiera», e annota: «questa in alcun paese si chiama la Tregenda». Aggiunge che alcune persone, «spezialmente femmine», dicono di andarvi, e che le donne della torma sono «Erodia» e «la Diana antica dea de’ Greci».
Sono i due nomi del Canon episcopi, in toscano, due secoli e mezzo prima dei grandi processi. E sono in un libro scritto per i confessori: cioè Passavanti sta facendo esattamente quello che faceva Burcardo, avvertire chi ascolta le confessioni di che cosa sentirà raccontare. La tregenda non è una credenza raccolta sul campo: è una voce di manuale che entra nella lingua.
Che resti tale lo dice il Vocabolario della Crusca, che nel 1612 la definisce ancora così: «Trovato di persone semplici, ed è, secondo loro, quantità di brigata, che va di notte con lumi accesi». Trovato di persone semplici — un’invenzione di gente ingenua. Nel 1612, mentre a Triora e in Valcamonica si processa, il dizionario fiorentino registra la parola e la classifica come fantasia.
Dove il verso si rovescia
Fra il 1430 e il 1490 la posizione si capovolge, e il passaggio è documentato abbastanza bene da poterlo datare per tappe. Ma è più disordinato di come viene raccontato, e conviene dirlo.
| Data | Testo | Che cosa dice del volo |
|---|---|---|
| 1436-1438 | Johannes Nider, Formicarius (a stampa dal 1475) | Fra i primi trattati a descrivere la setta delle streghe — ma l’autore resta scettico sul volo notturno, e non mette al centro il sabba |
| c. 1436-1438 | Errores Gazariorum, area savoiarda-valdese | Qui il volo è reale: bastoni unti d’unguento, raduno, grandine |
| 1451 | Martin Le Franc, Le champion des dames, manoscritto illustrato | La prima immagine nota di streghe che volano su bastone e scopa |
| 5 dicembre 1484 | Innocenzo VIII, Summis desiderantes affectibus | Autorizza i due inquisitori a procedere in Germania |
| 1486 | Heinrich Kramer, Malleus maleficarum, Spira | Deve argomentare contro il canone per tenere in piedi la realtà della stregoneria |
| 1489 | Ulrich Molitor, De lamiis et pythonicis mulieribus | Segue il canone — il sabba è allucinazione — e sostiene comunque la persecuzione |
Due cose, in questa tabella, non tornano con la vulgata.
La prima è che il volo non convince nemmeno chi fonda il genere. Nider, che scrive il trattato più antico della serie, sul volo notturno non ci sta; e il Malleus, cinquant’anni dopo, non può semplicemente ignorare il canone — lo cita, nella seconda parte, e deve costruirgli attorno un ragionamento per sostenere che le streghe di adesso sono un fenomeno nuovo, a cui il canone non si applica. Il testo più famoso della caccia alle streghe è scritto in posizione difensiva, contro un documento che lo contraddice e che non può essere scartato.
La seconda è più scomoda, e riguarda chi crede di essere dalla parte giusta. Molitor, nel 1489, fa esattamente quello che il canone chiede: dichiara il sabba un’illusione, mette in guardia contro le confessioni estorte con la tortura, perché spesso sono false. E conclude a favore della persecuzione lo stesso. Negare il volo, nel Quattrocento, non era una posizione che salvasse qualcuno: era una tesi sulla fisica dell’evento, non sulla sorte dell’imputata.
Che cosa succede quando qualcuno viene interrogato
Finora abbiamo guardato trattati. Le schede italiane di questo atlante permettono di fare l’altra metà del lavoro: guardare i verbali, cioè il punto in cui il modello dotto incontra una persona reale.
In Valcamonica, fra il 1518 e il 1521, le confessioni collocano il raduno sul monte Tonale: «hanno electo uno monte, el qual se chiama Monte Tonale, nel qual se reduseno ad foter e balare». Lo sappiamo perché le lettere da Brescia venivano ricopiate a Venezia nei Diarii di Marin Sanudo, giorno per giorno. È la prima geografia italiana del sabba fissata da fonti coeve — e nasce già dentro i verbali, non prima di essi.
A Triora, fra il 1587 e il 1590, oltre quaranta donne e un uomo sono inquisiti dopo anni di carestia. Le accuse sono quelle del modello: raduni notturni, bambini fatti ammalare, raccolti perduti.
In Valle d’Aosta il dato è lessicale e va nella direzione opposta a quella che ci si aspetta: le parole con cui la gente chiama le streghe sono le parole della persecuzione dotta, scese nella lingua parlata. In bassa valle si chiamano, letteralmente, «le eretiche». La synagogue delle leggende raccolte è, almeno in parte, il sabba dei processi restituito alla narrazione orale.
E il caso più pulito è quello dei benandanti friulani, fra il 1575 e il Seicento inoltrato. Chi nasce avvolto nella membrana amniotica esce in spirito quattro volte l’anno, nei giovedì delle Quattro Tempora, e combatte le streghe con mazzi di finocchio. Davanti al giudice la loro rivendicazione è costante: non siamo streghe, siamo i loro nemici. Gli inquisitori non hanno in mano altro modello che il sabba, e nell’arco di due generazioni, di interrogatorio in interrogatorio, riconducono il racconto allo schema diabolico, finché alcuni imputati confessano il patto col demonio. Il contenuto non è cambiato: è cambiata la domanda.
Si noti, per inciso, quanto poco quel calendario abbia di pagano: le Quattro Tempora sono liturgia cattolica, e l’arma è il finocchio, una pianta d’orto.
Il rovesciamento che ci si aspetta, e quello che sta nelle carte
Resta da dire una cosa che in queste schede ritorna con una regolarità che non mi aspettavo, e che riguarda chi ferma che cosa.
In Valcamonica a bloccare i processi è il Consiglio dei Dieci, cioè lo Stato veneziano — e lo fa il 31 luglio 1518, poi definitivamente il 27 luglio 1521, non per scetticismo ma per conflitto di giurisdizione. A Triora la caccia locale è fermata da Roma: il cardinale Giulio Antonio Santoro accusa i giudici di «inumanità et crudeltà», e le sentenze del 1589-90 sono clementi. Nel processo a Gostanza da Libbiano, 1594, è l’inquisitore di Firenze a stabilire che quella «povera vecchia» aveva confessato solo per i tormenti, e ad annullare l’esito: l’accusa veniva dal vicario vescovile locale. E nessun benandante finì al rogo.
Non sto dicendo che i tribunali centrali fossero miti. Sto dicendo una cosa più circoscritta, e cioè che nei casi italiani documentati di questo atlante l’istanza che si spinge più in là è quasi sempre quella locale, e l’istanza che frena è quasi sempre quella superiore. È una tesi storiografica che esiste in letteratura, non una mia scoperta, e qui la si vede confermata su quattro casi — che sono quattro, non un campione.
Che cosa regge e che cosa no
Il materiale non dimostra che nessuno credesse al volo notturno. Dimostra il contrario: il Canon episcopi è scritto perché qualcuno ci credeva, e Burcardo mette la domanda in confessionale perché si aspetta risposte affermative. La credenza c’era.
Non dimostra nemmeno che il sabba dei processi sia stato interamente inventato dagli inquisitori. In Friuli si vede una materia preesistente — i benandanti, il sacco amniotico, le Quattro Tempora — che viene piegata; piegata, non fabbricata da zero.
Quello che il materiale sostiene è più stretto, e mi pare basti.
Primo, un fatto documentario: per quanto indietro si vada, i testi europei sul volo notturno delle streghe sono testi che lo negano, e i nomi della signora del volo — Diana, Erodiade, Holda — si conoscono solo attraverso le loro condanne. Non c’è uno strato di fonti sotto quelle condanne. Chi ne ricostruisce un culto sta leggendo il negativo di una fotografia.
Secondo, una lettura mia, e la dichiaro: il Canon episcopi non ha funzionato da freno alla credenza, ma da sommario. Ha fissato per iscritto, in una forma autorevole e copiabile, l’elenco completo degli elementi — il gruppo, la notte, la cavalcatura, la distanza, la signora che comanda — e li ha resi disponibili a chiunque, otto secoli dopo, avesse bisogno di una domanda da porre a un imputato. Negare qualcosa in modo dettagliato è anche descriverla. Non ho trovato questa formulazione in letteratura e la do per quello che è.
Terzo, un’osservazione che non richiede interpretazione. Fra il 643 e il 1612 — da Rotari alla Crusca — un filo continuo di documenti italiani e europei dice che la cosa non accade: nullatenus credendum, credunt se, trovato di persone semplici. Nello stesso intervallo, e con la massima intensità proprio nel mezzo di quel filo, si processa. I due fatti sono contemporanei, non consecutivi, e chiunque racconti questa storia come il passaggio da un’epoca credulona a una scettica sta raccontando una storia che le carte non permettono.
Le fonti usate qui. Edictus Rothari, 643, capp. 376 e 197, testo latino su F. Bluhme (ed.), MGH Leges 4, 1868, pp. 87 e 48, citato e tradotto in Daniela Fruscione, «Magic and Law at the Border: The Early Medieval Leges», LEA — Lingue e Letterature d’Oriente e d’Occidente, 12 (2023), pp. 313-329, alle pp. 320 e 322. · Regino di Prüm, Libri duo de synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis, c. 906, libro II (il Canon episcopi; la numerazione del canone è data in forme discordi dalle fonti consultate, vedi sotto); edizione in Patrologia Latina vol. 132. · Burcardo di Worms, Decretum, libro XIX (Corrector sive medicus), fra il 1008 e il 1012: le interrogazioni sulla cavalcata notturna con Diana e su «quam vulgaris stultitia Holdam vocat», in traduzione in J. T. McNeill, H. M. Gamer, Medieval Handbooks of Penance, Columbia University Press, pp. 321-345 (il formulario «Credidisti aut particeps fuisti illius incredulitatis…» riscontrato su una trascrizione manoscritta del libro XIX in Fragmentarium). · Graziano, Decretum, C. 26 q. 5 c. 12, metà del XII secolo. · Jacopo Passavanti, Lo specchio della vera penitenza, c. 1354, ed. F. L. Polidori, Firenze, Le Monnier, 1863. · Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1ª ed., 1612, p. 906, s.v. tregenda. · Johannes Nider, Formicarius, 1436-1438, a stampa 1475, libro V. · Errores Gazariorum, c. 1436-1438. · Martin Le Franc, Le champion des dames, manoscritto illustrato del 1451. · Innocenzo VIII, Summis desiderantes affectibus, 5 dicembre 1484. · Heinrich Kramer, Malleus maleficarum, Spira, 1486, parte II. · Ulrich Molitor, De lamiis et pythonicis mulieribus, 1489. · Marin Sanudo, I Diarii, per la Valcamonica, secondo l’apparato della scheda dedicata. · Carlo Ginzburg, I benandanti, Torino, Einaudi, 1966; Franco Nardon, Benandanti e inquisitori nel Friuli del Seicento, Trieste, EUT, 1999.
Quello che non ho verificato, e lo dichiaro. Il Canon episcopi non l’ho letto sull’edizione a stampa di Regino: il testo latino proviene da fonti secondarie concordi fra loro, e la numerazione del canone non è concorde — le fonti consultate danno «II, 371» e «II, 471», e per questo non la riporto nel corpo. Di Burcardo ho riscontrato il formulario su una trascrizione manoscritta parziale, che si interrompe prima della penitenza assegnata: la penitenza prevista per chi ha creduto non la conosco e non la do. Il passo di Passavanti non sono riuscito a riscontrarlo direttamente sull’edizione Polidori — le fonti digitali che lo contengono non erano raggiungibili nel momento in cui scrivo — e lo riporto come è registrato nella scheda della tregenda di questo atlante, dove l’edizione è dichiarata. Non ho letto il Formicarius, gli Errores Gazariorum, il Malleus né il Molitor sui testi originali: per tutti e quattro mi appoggio a letteratura secondaria, e per questo le loro posizioni sono riassunte in una riga ciascuna e non citate alla lettera. Dei capitoli del Malleus che discutono il canone ho il rimando alla parte II ma non ho verificato i numeri dei capitoli. Sull’attribuzione del Canon episcopi ad Ancira le fonti consultate concordano sul fatto che l’attribuzione è falsa e che compare già nella raccolta di Regino, ma non concordano su chi l’abbia fatta né sull’origine del testo: riporto il disaccordo invece di scegliere.
Nota di metodo. Questo è un testo, non una scheda, e quindi non porta un grado. Sono letture mie, e vanno prese come proposte: che il Canon episcopi abbia funzionato da sommario dell’immaginario che voleva estinguere; che il caso del canone e quello del Samhain di Vallancey siano due esempi di una stessa forma, la fonte giovane fatta parlare da fonte antica; e la lettura della posizione difensiva del Malleus. I dati su cui poggiano — le date, i testi latini, le voci dei dizionari, le citazioni delle schede — sono invece verificabili uno per uno, con l’eccezione di quelli che ho appena elencato.