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A — documentato

La tregenda

Toscana · Pianura e Appennino settentrionale
Toscana; parola fiorentina attestata dal Trecento. La <em>Beca da Dicomano</em> del Pulci la colloca nel Mugello

La tregenda — la parola toscana del Trecento per la schiera che va di notte per la campagna «con lumi accesi», al seguito di Diana ed Erodiade, e che chi la incontra scambia per gente viva.

Varianti e nomi dialettali
tregenda, andare in tregenda; oggi «una tregenda» vale anche tempesta o tumulto
Che cosa raccontano
Non una creatura ma una schiera: la brigata che di notte va per la campagna «con lumi accesi», e che chi la incontra prende per gente viva. Il Vocabolario della Crusca del 1612 la definisce così: «Trovato di persone semplici, ed è, secondo loro, quantità di brigata, che va di notte con lumi accesi. Lat. larvae». Il testo più antico è il domenicano Jacopo Passavanti, intorno al 1354: i demoni «prendono la similitudine d’uomini», vanno «di notte in ischiera», «e questa in alcun paese si chiama la Tregenda»; e alcune persone, «spezialmente femmine», dicono di andare «di notte in brigata con questa cotale tregenda» e che le donne della torma sono «Erodia» e «la Diana antica dea de’ Greci». Nella Beca da Dicomano di Luigi Pulci due contadini scontrano «tanti lumicini» e ognuno scappa, «ch’ell’era la Tregenda».
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
È il nome toscano, tre secoli prima dei processi, della credenza che il diritto canonico condannava dal X secolo come illusione: il volo notturno al seguito di Diana ed Erodiade del Canon episcopi. Passavanti la usa in un manuale di penitenza, cioè per dire ai confessori che cosa avrebbero sentito raccontare. Che la tregenda vada «con lumi accesi» e venga scambiata per viventi la avvicina alle processioni dei morti dell’arco alpino e della Galizia, più che al sabba dei demonologi.
Dove è attestato
Jacopo Passavanti, Lo specchio della vera penitenza, c. 1354, ed. F. L. Polidori, Firenze, Le Monnier, 1863. Luigi Pulci, Morgante («E Trivigante forse la Tregenda») e La Beca da Dicomano; Il Pataffio («Benché stanotte sentì’ la tregenda»). Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1ª ed. 1612, p. 906, e 4ª ed. 1729-38, vol. V p. 151 («Nome inventato da persone semplici per dinotare alcuna favolosa brigata, che vada di notte attorno con lumi accesi»). Etimo: Treccani, dal lat. *transienda, «passaggio», attraverso un dialetto settentrionale; S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XXI.
Attenzione
La parola è del Trecento, quindi non può venire — come si legge su Wikipedia in italiano — dal cognome di una «fattucchiera bulgara» del Seicento: l’etimologia da un cognome è una fantasia. La frase «le streghe vanno in tregenda» attribuita a Francesco da Buti non si trova nel suo commento a Dante (ed. Giannini, Pisa, 1858-62): il passo con streghe e tregenda è di Passavanti. Nei racconti lucchesi di Idelfonso Nieri (1906) la parola non compare: in età moderna sopravvive nel senso figurato e nei lessici, non come credenza raccolta. Il processo a Matteuccia di Todi (1428) ruota attorno al noce di Benevento e non nomina Diana: collegarlo alla tregenda è una generalizzazione da evitare.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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