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B — parzialmente documentato

La Sibilla appenninica

Marche · Umbria · Appennino centrale e Adriatico
Monti Sibillini, versante marchigiano, comune di Montemonaco (AP): Monte Sibilla (2.173 m) e Lago di Pilato

La Sibilla appenninica — una grotta che si apre presso la cresta sommitale a circa 2.

Varianti e nomi dialettali
Regina Sibilla nei testi quattrocenteschi, la royne Sibille in francese; Sibilla di Norcia; Sibilla Picena. Nella tradizione orale locale, le fate o fate sibilline. Nelle edizioni censurate del Guerrino il nome è sostituito con Alcina, Fata, Incantatrice
Che cosa raccontano
Una grotta che si apre presso la cresta sommitale a circa 2.150 metri, e dentro un regno. Antoine de la Sale, che vi sale il 18 maggio 1420, non entra: descrive il vestibolo, «un ampio spazio circolare, con sedili di pietra scavati tutt'intorno nella roccia», e vi legge incise le firme dei cavalieri europei che l'avevano preceduto. I paesani di Montemonaco gli raccontano il resto. Chi dimora là dentro impara tutte le lingue in nove giorni; può uscire all'ottavo, al trentesimo o al trecentotrentesimo; superato l'anno, la reclusione è eterna e la dannazione certa. Ogni venerdì, da mezzanotte a mezzanotte, la Sibilla e le sue dame si trasformano in serpenti. Nella tradizione orale raccolta nel Novecento le fate scendono a ballare nei paesi con la luna piena, si lavano i piedi al Lago di Pilato e devono rientrare prima dell'alba: hanno piedi caprini nascosti dalla gonna.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Un aldilà pagano tenuto in piedi dentro un'Europa cristiana, e raggiungibile a piedi. La grotta funziona come tentazione geograficamente localizzata: non una metafora, un indirizzo. Il Lago di Pilato sotto il Vettore era intanto meta di negromanti che vi andavano a consacrare i libri magici, e le autorità imponevano salvacondotti e pene agli intrusi.
Dove è attestato
Andrea da Barberino, Il Guerrin Meschino, composto attorno al 1410, editio princeps Padova 1473. Antoine de la Sale, Le Paradis de la reine Sibylle, redatto fra il 1437 e il 1444 e confluito nella Salade, edizione critica di Fernand Desonay, Paris, Droz, 1930; traduzione italiana di Patrizia Romagnoli, Verbania, Tararà, 2001. Felix Hemmerlin, De nobilitate et rusticitate dialogus, 1444-1450. Arnold von Harff, relazione di viaggio, 1497, di attendibilità contestata già da Alfred von Reumont. Arturo Graf, Un monte di Pilato in Italia, 1889; Luigi Paolucci, La Sibilla Appenninica, Firenze, Olschki, 1967.
Attenzione
Due errori di cronologia, ed entrambi capovolgono il senso. Il 1420 è la data del viaggio di Antoine de la Sale, non del testo, che è di una ventina d'anni dopo: non è un diario, è un ricordo costruito letterariamente. E il Guerrin Meschino non deriva dal racconto francese, lo precede di trent'anni. Non esiste poi una sola fonte che colleghi la Sibilla medievale a un oracolo preromano: fra l'antichità e il Trecento c'è un vuoto documentario, e il nome stesso «Sibilla Appennina» è una coniazione del 1938. Nelle fonti quattrocentesche la Sibilla non è la benevola regina delle fate della vulgata turistica: è una seduttrice demoniaca da cui si esce solo con l'assoluzione papale — tanto che l'edizione veneziana del Guerrino del 1785 la espunge e ne sopprime il nome. Il Lago di Pilato, infine, nei documenti quattrocenteschi si chiama lacus Sibyllae. La grotta non è visitabile: il vestibolo è crollato fra il 1953 e il 1968, in parte per cariche di dinamite fatte brillare da esploratori improvvisati, e nessuno è più entrato nelle camere interne. Il documento del 1452 sui negromanti assolti a Montemonaco e il manoscritto n. 40 dell'archivio comunale non li ho potuti verificare direttamente: li riporto come attestati dalla letteratura.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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