Salta al contenuto
B — parzialmente documentato

Lucida Mansi

Toscana · Pianura e Appennino settentrionale
Lucca: il palazzo di famiglia, oggi museo nazionale; Villa Mansi a Segromigno in Monte (Capannori); le mura urbane; e, nelle versioni più recenti, il laghetto dell'Orto botanico

Lucida Mansi — la gentildonna lucchese, vissuta davvero dal 1606 al 1649, che la leggenda fa dannare per un patto col diavolo in cambio della giovinezza: il racconto è attestato in stampa solo dal 1930 e il laghetto in cui sprofonda è posteriore al 1860.

Il laghetto dell'Orto botanico di Lucca di notte: acqua nera e ferma sotto rami pendenti, tre visitatori fermi sulla riva a guardare la superficie, un solo lampione a gas sulla sinistra che taglia la scena; nessun volto nell'acqua.
Varianti e nomi dialettali
Lucida Mansi, nata Samminiati (nelle fonti anche Saminiati); «la bella degli specchi», dal titolo del romanzo di Tobino
Che cosa raccontano
La leggenda, come la si racconta oggi: una gentildonna lucchese del primo Seicento, bellissima e vanitosa, alla prima ruga stringe un patto col diavolo — trent'anni di giovinezza in cambio dell'anima — e li spende fra gli specchi del suo palazzo e una fila di amanti. Alla scadenza una carrozza infuocata la porta via lungo le mura e sprofonda nel laghetto dell'Orto botanico, dove nelle notti di luna piena si vedrebbe ancora il suo volto. Nelle versioni in rete si aggiungono botole con lame per sbarazzarsi degli amanti e una stanza degli specchi a Villa Mansi.

La donna è esistita. Lucida Samminiati, sposata Mansi, visse a Lucca nella prima metà del Seicento, rimase vedova e si risposò con un Mansi, e morì di peste nel 1649: su di lei scrisse nel 1930 Eugenio Lazzareschi, archivista e poi direttore dell'Archivio di Stato di Lucca, con un opuscolo che già nel titolo separa «la leggenda» dalla «storia».
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Un racconto di ammonimento su vanità e vedovanza ricca, costruito col modulo faustiano e appeso a una persona reale: la leggenda spiega, a posteriori, perché una donna due volte sposata e morta di peste debba essere stata colpevole di qualcosa. La geografia del racconto è quella del passeggio cittadino — le mura, poi il laghetto — e si è spostata nel tempo verso i luoghi che il visitatore può vedere: è una leggenda che oggi serve soprattutto a chi mostra Lucca.
Dove è attestato
Il testo cardine è Eugenio Lazzareschi, Lucida Mansi nella leggenda e nella storia, Lucca, Scuola Tipografica Artigianelli, 1930, estratto da una «Miscellanea lucchese», una cinquantina di pagine con ritratto; copie alla Biblioteca Nazionale di Firenze e alla Biblioteca Statale di Lucca; ristampa Lucca, Maria Pacini Fazzi, 2006. Lo registrano l'Archivio storico italiano 1930, p. 454, e il Catalogo generale della libreria italiana 1921-1930, suppl. 3, p. 756; l'indice della Rassegna Nazionale del 1926 porta già un suo «Lucida Mansi nella storia e nella leggenda». Lazzareschi fu in servizio all'Archivio di Stato di Lucca dal 1906 e lo diresse dal 1931 alla morte (L. Giambastiani, Actum Luce XLI, 2012). La circolazione nazionale è del dopoguerra: Georgina Masson, Italian Villas and Palaces, 1959, e Italian Gardens, 1961 («the very merry widow Lucida Mansi»); L'Espresso 30 agosto 1959, 23 aprile e 30 luglio 1961; Guida all'Italia leggendaria, misteriosa, insolita, fantastica, Milano, SugarCo, 1966. Poi Mario Tobino, La bella degli specchi, Mondadori, 1976, e Carlo Lapucci, Le leggende della terra toscana, Firenze, Sarnus-Polistampa, 2011, che la raccoglie «a Lucca» insieme a una voce separata sul «laghetto stregato dell'Orto Botanico». Sul ramo Mansi: Renzo Sabbatini, «Una famiglia mercantile lucchese ed il suo feudo padano», in Tra rendita e investimenti, Bari, Cacucci (atti del convegno di Torino, 1996), n. 32, dai fondi Archivio Mansi e Archivio Notarile dell'Archivio di Stato di Lucca.
Attenzione
Grado B, e non A, per una ragione precisa: l'opuscolo di Lazzareschi non l'ho aperto, né nell'originale né nella ristampa, e tutti i dati biografici che circolano — nascita il 7 marzo 1606 da Vittorio Samminiati e Laura Marchiò, il primo marito Vincenzo Diversi, il secondo Gaspare di Nicolao Mansi, la morte il 12 febbraio 1649 e la sepoltura ai Cappuccini — li ho visti solo di seconda o terza mano, in testi che a lui rimandano. Vanno bene come ipotesi, non come dato. Della leggenda non ho trovato nessuna attestazione stampata prima del 1926-1930: non è nei Cento racconti popolari lucchesi di Nieri (1906-1908), di cui ho letto l'indice e la prima parte, e la ricerca a tutto testo su Internet Archive non dà nulla di anteriore. Nelle attestazioni del 1959-1992 la carrozza corre sulle mura e il fantasma sta a Villa Mansi o alla Torre delle Ore; il laghetto compare, nelle fonti che ho letto, solo da Lapucci 2011 in avanti. La variante del 13 settembre, notte della Luminara di Santa Croce, non l'ho trovata in nessuna fonte. Infine, se il Gaspare di Nicolao Mansi che testa nel 1682 lasciando erede il fratello Raffaello (Sabbatini, n. 32) è il marito di Lucida, come dicono tutti i racconti, egli le sopravvisse di trentatré anni: la versione in cui lo uccide non regge, ma l'identificazione è un'inferenza mia e lo dichiaro. Da scartare: le botole con le lame, la «stanza degli specchi» come dato storico, e qualunque data «del 1623» per la dannazione.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

Nella stessa area

Affini per tema

Voci che condividono il motivo, il fenomeno alla base o la storia della raccolta — non la geografia.

← Torna all’atlante d’italia