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A — documentato

I vattienti di Nocera Terinese

Calabria · Mezzogiorno
Nocera Terinese (CZ), Calabria tirrenica; riti di flagellazione affini sono attestati altrove in regione, per esempio a Verbicaro (CS)

I vattienti di Nocera Terinese — il vattiente si prepara in privato, nel catuojo, bagnandosi le gambe con un decotto di rosmarino bollito.

Incisione all'interno di un magazzino di pietra in un paese calabrese, di sera: un uomo giovane in camicia con le maniche rimboccate siede su uno sgabello basso e si bagna le gambe con un panno da una bacinella di rame posata a terra, in cui galleggiano foglie di rosmarino; un mazzo di rosmarino legato sta sul pavimento accanto. Sulla mensola alle sue spalle, illuminati da una sola lampada a petrolio, un disco di sughero liscio e una corona intrecciata di asparago selvatico. Sulla porta aperta un ragazzo aspetta, con un panno rosso ripiegato sul braccio e una piccola croce di legno in mano; dietro di lui, più indietro nel corridoio, una donna anziana guarda.
Varianti e nomi dialettali
vattiente (pl. vattienti), dal dialettale vattìri «battere»; anche battienti. Le altre figure del rito hanno nome proprio: l’acciomu (< Ecce Homo), il ragazzo legato al flagellante; il portatore di vino; il catuojo, il magazzino dove avviene la preparazione.
Che cosa raccontano
Il vattiente si prepara in privato, nel catuojo, bagnandosi le gambe con un decotto di rosmarino bollito. Usa due strumenti: la rosa, un disco di sughero liscio con cui percuote cosce e polpacci per far affluire il sangue, e il cardo, un disco di sughero di una decina di centimetri in cui sono fissate con cera d’api tredici schegge di vetro disposte in due cerchi concentrici di otto e quattro, più una — lettura locale: Cristo e i dodici apostoli. È il cardo che incide. Poi esce, legato da una fune nera all’acciomu, che porta un panno rosso, una corona di spina santa e una croce. Ogni vattiente segue un itinerario proprio: passa davanti a case, chiese e proprietà di famiglia e vi lascia segni di sangue, sulle porte, sui muri, sulla facciata della chiesa dell’Annunziata. L’itinerario si chiude davanti alla statua dell’Addolorata. Le tracce rosse restano sulle strade finché non piove.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Il rito è un voto personale, quasi sempre legato a una vicenda familiare precisa — una malattia, un incidente, un lutto: non un ruolo assegnato, ma una promessa che si scioglie. Si trasmette di padre in figlio. Ma la funzione meglio argomentata dalla letteratura è un’altra, ed è la ragione per cui questa scheda esiste: i segni di sangue lasciati su porte, chiese e proprietà tracciano fisicamente la mappa delle relazioni del vattiente — la parentela, l’appartenenza, il debito. Il percorso non è un itinerario devozionale uguale per tutti; è la propria rete sociale scritta sul paese, una volta l’anno, col proprio sangue. A questo si aggiunge il rientro annuale degli emigrati di seconda e terza generazione, per cui il rito è il modo di riappropriarsi dei luoghi d’origine.
Dove è attestato
Fonte migliore, peer-reviewed e in accesso aperto: Simona Loi, «De-orientalising Ritual Blood. Calabria’s Vattienti, a Case Study», in Annali di Ca’ Foscari. Serie orientale, vol. 54 supplemento, 2018, pp. 461-490, DOI 10.30687/AnnOr/2385-3042/2018/01/022, con osservazione diretta nel 2017. Attestazione ottocentesca: Luigi Borrello, Reliquie del dramma sacro in Calabria, 1889, che descrive uomini percuotersi le cosce con legno e vetro — è la più antica testimonianza scritta individuata da Loi. Monografia etnografica: Franco Ferlaino, Vattienti. Osservazione e riplasmazione di una ritualità tradizionale, Vibo Valentia, Qualecultura – Jaca Book, 1991. Inoltre: Antonino Basile, «Il rito del sangue del giovedì Santo a Nocera Terinese», in Folklore della Calabria, IV/1, 1959; Ernesto Pontieri, Sopravvivenze pseudo-ascetiche medioevali. I Battienti di Nocera Terinese, Napoli 1967; Francesco Faeta, Il santo e l’aquilone, Sellerio 2000; Luigi M. Lombardi Satriani, Il ponte di San Giacomo, Rizzoli 1989. Dettaglio rituale in Simone Lamanna, «I Vattienti» di Nocera Terinese tra memoria ed identità, tesi di laurea, Università di Perugia, 2007, ospitata dall’ICSAIC — è una tesi, non un testo peer-reviewed: qui è usata per la descrizione, non come autorità interpretativa. Esiste un record nel Catalogo generale dei Beni Culturali (ICCD), patrimonio demoetnoantropologico: ne segnalo l’esistenza, non ne cito il testo, perché non sono riuscito ad aprirlo.
Attenzione
Sulle origini circolano due spiegazioni, ed entrambe sono respinte dalla letteratura recente. La prima, «rito dionisiaco, culto di Adone e Attis», risale ad Antonino Basile (1959) e Loi (2018) la respinge esplicitamente come lettura riduttiva. La seconda, «sopravvivenza dei flagellanti medievali di Raniero Fasani», è respinta anch’essa; già Pontieri nel 1967 la qualificava come sopravvivenza pseudo-ascetica. La formula «tradizione millenaria», che ricorre sui siti turistici, non è documentata: la più antica testimonianza scritta è del 1889. Sono invece documentati i divieti, e vanno detti: nel 1956 il parroco proibisce la processione dell’Addolorata per impedire il rito, e la popolazione la porta ugualmente in processione di notte; nel maggio 1958 il bollettino della diocesi di Nicotera e Tropea definisce la flagellazione fra gli spettacoli più «barbari e incivili»; fra il 1958 e il 1960 i divieti sono applicati con l’intervento delle forze di polizia. Fino al 1956 il rito occupava giovedì e venerdì; oggi il venerdì e il sabato santo. I partecipanti sono oggi fra i novanta e i cento all’anno.

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