La focarazza di Santa Caterina
Toscana · Pianura e Appennino settentrionale
Santa Caterina, frazione di Roccalbegna (GR), pendici sud-occidentali del Monte Amiata, entroterra grossetano
La focarazza di Santa Caterina — sera del 24 novembre, vigilia di Santa Caterina d’Alessandria.

- Varianti e nomi dialettali
- focarazza, accrescitivo di focara; l’elemento centrale è lo stollo, il lungo palo di cerro conficcato nella catasta. La denominazione «Palio dello Stollo», che compare sui siti di eventi, non è un nome tradizionale e non figura nelle fonti etnografiche.
- Che cosa raccontano
- Sera del 24 novembre, vigilia di Santa Caterina d’Alessandria. La mattina presto gli uomini salgono nel bosco e tagliano la pianta prescelta. La sera il parroco sale in processione sul poggio sopra il paese e benedice la catasta di fascine, al centro della quale è piantato lo stollo. Si appicca il fuoco. Da quel momento ogni partecipante sfida calore e fumo per impadronirsi del palo e trascinarlo nel proprio rione: decine di contendenti tirano il legno annerito per la campagna al buio, saltando fossi e muretti. Il tronco viene poi spartito. Ogni pezzo si brucia nel proprio camino, e le ceneri si spargono nei campi e negli orti.
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- Le due funzioni sono entrambe nella documentazione, e non hanno bisogno di ipotesi. La prima è agraria, ed è dichiarata dai partecipanti stessi: la cenere sui campi è l’uso finale del legno, non l’interpretazione di un osservatore. La seconda è competitiva e identitaria: la contesa per rione fa della focarazza il momento in cui l’intera comunità si conta e si divide, e poi si rimette insieme spartendo lo stesso tronco. È il raro caso in cui un rito del fuoco chiude il cerchio in modo materiale — l’albero tagliato la mattina finisce, la notte stessa, in cenere sui campi di chi lo ha conteso.
- Dove è attestato
- Fonte decisiva: Roberto Ferretti (a cura di), La focarazza di Santa Caterina: indagine su un rito del fuoco nell’entroterra grossetano, Grosseto, Amministrazione comunale, 1984 — indagine sul campo condotta nel 1982, allora nel quadro di una collaborazione con l’Università di Siena. La circostanza è attestata indipendentemente da Fabio Mugnaini, «Dietro le quinte. L’eredità del mondo mezzadrile…», in Visual Ethnography, vol. 10 n. 2, 2021, nota 7. Voce bibliografica verificata nella bibliografia In terra di Maremma della Biblioteca del Consiglio regionale della Toscana (2020). Il materiale documentario è nell’Archivio delle tradizioni popolari della Maremma grossetana, fondato da Ferretti nel 1979 e dal 1993 sezione della Biblioteca comunale Chelliana. Fonti istituzionali sul museo: schede del Ministero della cultura, del sistema Musei Amiata e di Musei di Maremma. Fonte locale a stampa: AA.VV., Il mio paese. Roccalbegna, Cana, Santa Caterina, Triana, Vallerona, Amministrazione comunale, 1997, pp. 158-160.
- Attenzione
- Il grado A copre lo svolgimento e la funzione del rito, non le sue origini. Quattro affermazioni correnti non hanno documentazione. «Rito ancestrale purificatore», origini pagane o etrusche: è una formula interpretativa entrata in circolazione da una scheda divulgativa e poi ripetuta ovunque; nessuna fonte la sostiene. «Tradizione del XVI secolo»: nessun documento d’archivio attesta il rito prima delle indagini novecentesche. L’eziologia del 1555 — gli uomini di Roccalbegna che il 25 novembre respingono l’esercito francese alleato di Siena, e la cappella eretta per riconoscenza — è la leggenda di fondazione della cappella, non la data di nascita della focarazza: le due cose vengono regolarmente confuse. Non ho consultato in originale il volume di Ferretti del 1984: questa scheda si appoggia alla bibliografia istituzionale che lo registra e alla conferma di Mugnaini 2021.
Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.