Amabie
Giappone
Provincia di Higo, oggi prefettura di Kumamoto: il documento dice soltanto «in mare». Il punto è convenzionale; l'unico oggetto materiale esistente è il foglio conservato a Kyoto
Amabie — creatura marina con capelli lunghi, becco, corpo squamoso dal collo in giù e tre gambe.
- Varianti e nomi
- アマビヱ nel documento originale, con lo e arcaico ヱ; oggi アマビエ. La famiglia cui appartiene: アマビコ amabiko, 天彦, 尼彦, 海彦 umihiko, 天日子尊
- Che cosa raccontano
- Creatura marina con capelli lunghi, becco, corpo squamoso dal collo in giù e tre gambe. Emerge dal mare irradiando luce ogni notte; un funzionario del luogo va a vedere; la creatura si presenta, profetizza sei anni di raccolti abbondanti e insieme un'epidemia, ordina di ritrarre la propria immagine e mostrarla alla gente, e rientra in mare. Questo è tutto ciò che si sa, e viene da un foglio solo. Il testo dice: «Io sono colei che abita in mare e si chiama Amabiye. A partire da quest'anno, per sei anni, le province avranno raccolti abbondanti; ma insieme si diffonderà la malattia. Presto, ritraete la mia figura e mostratela alla gente».
- A che cosa servivainterpretazione dell’autore
- Talismano a stampa venduto in un mercato editoriale che aveva già i suoi generi: le «bestie profetiche» dell'Edo tardo, dalla ningyo del 1805 alla jinja-hime del 1819 al kudan. La profezia era la merce, e l'ordine di riprodurre l'immagine era, letteralmente, l'istruzione di acquisto.
- Dove è attestato
- Fonte unica: Higo no kuni kaichū no kai, xilografia su foglio singolo, metà del quarto mese di Kōka 3, cioè inizio maggio 1846, Kyoto University Library, collezione «Shinbun bunko · e», item RB00000122, digitalizzato e liberamente consultabile. Riprodotto in Yumoto Kōichi (a cura di), Meiji yōkai shinbun, Kashiwa Shobō, 1999. Studio decisivo: Nagano Eishun, Yogenjū amabiko kō, «Jakuetsu kyōdo kenkyū», 49-2, 2005. Klara Hrvatin, «Japanese Artists' Responses to COVID-19», Asian Studies, 10:1, 2022.
- Attenzione
- Non è un antico spirito protettore giapponese. È un foglio, del 1846, e poi il silenzio: nessun santuario, nessun matsuri, nessuna variante iconografica storica, nessuna tradizione orale, nessuna menzione in altra fonte per centosettantaquattro anni, fino al marzo 2020. E probabilmente il nome è sbagliato: Nagano Eishun sostiene che アマビヱ sia un refuso per アマビコ amabiko — nella grafia incisa il コ e lo ヱ si confondono per un tratto — e le prove sono forti, perché l'amabiko è attestato in più di dieci documenti contro uno, è più antico di due anni (Echizen, 1844) e ha lo stesso identico schema. Alla fama mondiale è dunque arrivato l'errore, non l'originale. Nagano è netto sul genere: «l'amabie è uno yōkai inventato dai venditori di kawaraban per vendere i kawaraban». La versione virale del 2020, infine, ha amputato il testo: conserva l'epidemia e butta via i sei anni di raccolti abbondanti, che nel foglio erano la notizia principale — e l'amabie, a differenza dell'amabiko, non promette alcun beneficio a chi la guarda. La protezione che tutti le attribuiscono è un'inferenza del lettore moderno.
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