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B — parzialmente documentato

La Berta di Santa Maria Maggiore

Toscana · Pianura e Appennino settentrionale
Firenze, chiesa di Santa Maria Maggiore, fianco su via de' Cerretani, all'altezza del campanile

La Berta di Santa Maria Maggiore — una testa muliebre in pietra, frammentaria, murata in alto sulla parete esterna della chiesa e tuttora visibile dalla strada.

Varianti e nomi dialettali
la Berta; la testa della Berta; la testa pietrificata di Santa Maria Maggiore. In alcune varianti la protagonista non è «Berta» ma una trecca, cioè un'erbaiola, o un sagrestano
Che cosa raccontano
Una testa muliebre in pietra, frammentaria, murata in alto sulla parete esterna della chiesa e tuttora visibile dalla strada. La leggenda più diffusa la vuole donna pietrificata: affacciata dalla finestra del campanile, avrebbe gridato alla folla di non dare da bere al condannato Cecco d'Ascoli, condotto al rogo il 16 settembre 1327, perché «se beve non brucerà più»; e lui le avrebbe risposto «e tu di lì il capo non caverai mai». In una seconda versione il pietrificato è un sagrestano — variante che rende esplicito il senso vero del racconto, che è la punizione della crudeltà verso un condannato. In una terza, che nessun sito turistico racconta, non c'è nessuna maledizione: la testa ricorda una venditrice di frutta che donò alla chiesa la campana con cui si segnalava ai contadini l'ora di lasciare la città prima della chiusura delle porte.
A che cosa servivainterpretazione dell’autore
Una leggenda eziologica costruita a posteriori su un oggetto preesistente: il meccanismo per cui un frammento anonimo murato in una parete attira a sé un racconto, e il racconto attira a sé un fatto storico famoso avvenuto altrove. È il caso di scuola della stratificazione, e si può smontare strato per strato perché ogni strato ha una data.
Dove è attestato
Documento del 20 marzo 1630: iniziata la demolizione della parte alta del campanile, l'ispettore granducale impone di ricollocare «la testa che era nel campanile rappresentante certa memoria antica» — prova che la tradizione esisteva già e che la posizione attuale è seicentesca. Regesto in Luciano Artusi e Roberto Lasciarrea, Campane, torri e campanili di Firenze, Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 171-173. Giuseppe Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine, Firenze, Viviani, 1754-1762, registra l'iscrizione campanaria col nome BERTA. Per il rogo di Cecco d'Ascoli: Giovanni Villani, Nuova Cronica, e Robert Davidsohn, Storia di Firenze, Sansoni, vol. IV.
Attenzione
La topografia smentisce la leggenda. Cecco d'Ascoli non fu arso in piazza Santa Croce — versione oggi più diffusa in rete — ma, secondo Davidsohn, sul greto d'Arno presso Porta alla Croce, all'estremità orientale della città; Santa Maria Maggiore sta un chilometro a nord-ovest, e il condannato non ci passò davanti. La testa è con ogni probabilità un frammento antico di reimpiego, forse da un monumento funerario romano, ricollocato dove si trova nel 1630. Il nome viene quasi certamente dalla campana, non la campana dalla donna: è un'etimologia leggendaria a rovescio. Nessuna fonte sostiene che sia un volto apotropaico etrusco o celtico: quella è invenzione della divulgazione esoterica recente. E Cecco d'Ascoli fu condannato per eresia — una dottrina astrologica che subordinava all'influsso astrale anche l'incarnazione di Cristo — non per stregoneria. La leggenda non è tracciabile prima del Seicento: è questo che la tiene a grado B.

Il grado indica quanto la voce è documentata, non quanto è interessante. Come sono assegnati i gradi.

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